King Crimson – 21st Century Schizoid Man

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TESTO:

Cat’s foot, iron claw
Neuro-surgeons scream for more
At paranoia’s poisoned door
Twenty first century schizoid man.

Blood, rack, barbed wire
Politicians’ funeral pyre
Innocents raped with napalm fire
Twenty first century schizoid man.

Death seed, blind man’s greed
Poet’s starving, children bleed
Nothing he’s got he really needs
Twenty first century schizoid man.


TRADUZIONE:

Zampa di gatto, artiglio di ferro
Neurochirurghi urlano “ancora!”
Alla porta avvelenata della paranoia
Uomo schizoide del ventunesimo secolo.

Sangue, tortura, filo spinato
Pira funeraria di politici
Innocenti stuprati dal fuoco del napalm
Uomo schizoide del ventunesimo secolo.

Seme di morte, cupidigia dell’uomo cieco
Il poeta muore di fame, i bambini sanguinano
Nulla di ciò che ha gli serve realmente
Uomo schizoide del ventunesimo secolo.


Scritta da:

Peter Sinfield

Eseguita da:

  • Greg Lake – Basso, voce
  • Robert Fripp – Chitarra
  • Ian McDdonald – Sassofono
  • Michael Giles – Batteria

Ciao a tutti!

Oggi analizzeremo una canzone scritta nel 1969 da Peter Sinfield, durante la guerra del Vietnam; sembra strano, ma è una puntuale previsione della nostra epoca.

Questo articolo è stato scritto dopo gli avvenimenti di Parigi del 2015 ma, dopo il recente (2022) scoppio della guerra in Ucraina, trovo che sia ancora attuale e, probabilmente, continuerà ad esserlo per molto tempo. L’orrore non deve paralizzarci, ma spronarci a costruire la pace che da sempre rincorriamo. E dalla musica possiamo imparare molto, poiché, in quanto arte, è uno specchio della società. Oltretutto, personalmente, amo parlare di brani vintage perché offrono uno spaccato della vita dell’Uomo in un’epoca diversa da quella presente. Con la Musica si può attraversare la Storia.

Ma ora torniamo al brano: appartiene al primo album dei King CrimsonIn the Court of the Crimson King – An Observation by King Crimson” (Considerato da alcuni il miglior esordio della storia della musica, nonché manifesto del Progressive Rock). Il Re Cremisi in questione è Federico II di Svevia, il primo uomo moderno.
L’iconica copertina del disco, realizzata da Barry Godber, ritrae un uomo terrorizzato, disperato, nell’atto di gridare. I lineamenti distorti, grotteschi. Trasmette un senso di impotenza e di perdita di controllo. Ricorda “L’urlo” di Munch. E’ proprio lui, l’uomo schizoide del ventunesimo secolo.

Trenta secondi di trepidante silenzio e BOOM: ecco il riff allarmante che tutti conosciamo, che viene interrotto prepotentemente dalla voce distorta e innaturale di Greg Lake, la quale non ha più nulla di umano, proprio come l’Uomo contemporaneo. La linea vocale è sostenuta solo da un incalzante e martellante sottofondo di chitarra elettrica che, lapidaria, sottolinea ogni parola, riuscendo perfettamente a instillare nell’ascoltatore una sensazione di tensione e di ansia. Tutta l’attenzione è rivolta a ciò che Greg Lake canta.

Cat’s foot, Iron claw. Non vi sembra l’inizio di una formula magica?
Le strofe sono incalzanti, di grande tensione; qualcosa incombe su di noi o ci sta inseguendo lentamente.
Sangue, tortura, filo spinato: ecco gli altri ingredienti di quella che potrebbe essere la ricetta di un momento storico malato in cui, secondo Sinfield, la violenza regna. Non posso che essere d’accordo con lui, nonostante i rassicuranti dati odierni, che ci comunicano che la violenza è ai minimi storici. E’ anche vero che la violenza ha sempre accompagnato l’Uomo lungo il suo cammino. Potremmo definirla un universale umano e naturale, proprio di tutti i tempi e di tutte le culture. Ma basta pensare come al giorno d’oggi siamo costantemente bombardati da immagini violente che i media ci sottopongono per capire che, forse, Sinfield non ha proprio tutti i torti.

Ma torniamo al pezzo. Attenzione ai neurochirurghi di questa canzone. Sono figure stravolte. Urlano, assetati di sangue, alla ricerca di pazienti da operare. Eppure dovrebbero trasmettere fiducia e sicurezza… Sembrano quasi la materializzazione della paura di un ipocondriaco.
Uomo schizoide del ventunesimo secolo.
Le malattie mentali sono in aumento, specialmente in questo preciso periodo storico post pandemia. La cosa positiva è che se ne parla molto più di prima e, finalmente, si cerca di abbattere lo stigma ad esse legato. 

Cari lettori, non avete notato qualcosa?
Il titolo del pezzo si ripete alla fine di ogni strofa, proprio come avviene in Anyone for Tennis. La differenza è che adesso non vi è alcuna traccia di provocazione e ironia, ma solo una condanna seria e sprezzante verso il nostro secolo, dove l’Uomo è finito, avvelenato dalla paranoia.
E non è l’unica analogia con la canzone dei Cream. Infatti, entrambi i brani descrivono situazioni simili nella loro tremenda confusione. Un calderone di sofferenza, povertà, malattie mentali, sangue e fuoco. Tuttavia, una differenza ci balza all’occhio (o, per meglio dire, all’orecchio).
Nel pezzo dei King Crimson l’aggressività delle parole è amplificata da una musica altrettanto aggressiva e disturbante, per quanto irresistibile, priva di qualsiasi sfumatura di serenità. Cito wikipedia: “Gli strappi e le distorsioni ritraggono in modo compiutamente apocalittico gli orrori della guerra, proiettandola in un futuro senza speranza”.

Ma ora caliamoci nel sanguinoso cuore del pezzo.
I politici hanno perso credibilità, vengono spazzati via e gettati al rogo. Anarchia.
Basti pensare al presidente J. F. Kennedy, a Aldo Moro e a tanti altri.
Come altre canzoni degli anni ’60, anche questa è una canzone contro la Guerra del Vietnam.
L’invenzione del Napalm è una delle tante atrocità escogitate dalla mente umana per commettere omicidi di massa, e qui viene sbattuta in faccia all’ascoltatore con un’immagine brutale: persone che, violentate dalle fiamme, tentano invano di scappare dalla morte. La potenza delle parole di Sinfield è da pelle d’oca, sta nel senso di compassione e di rabbia che ci trasmettono. Assistiamo, impotenti, al massacro.

La parte centrale della canzone, totalmente strumentale, prende il nome di Mirrors.
Estremamente complesso e contorto, l’assolo segue, tuttavia, degli schemi precisi attinti dalla musica classica e dal jazz. E’ semplicemente iconico, un vero e proprio pezzo di storia della musica.
Il sassofono e la chitarra attaccano all’unisono, ma poi il primo si sfrena in evoluzioni e contorsionismi, e la seconda mantiene una certa, momentanea, linearità. Ad un tratto i suoni si mischiano tra loro, sospinti dalla bellicosa traccia di batteria, poi tornano entrambi sulla stessa identica melodia per interrompersi, tornare all’unisono e poi arrestarsi di nuovo in quello che sembra un gioco folle, il riso di scherno di un assassino. Non c’è logica nel male. La controllata confusione degli strumenti e il senso di disorientamento provocato dalle melodie esprimono in maniera esemplare questo concetto, così come la denuncia alla violenza. Caos. Da notare, tra le altre cose, che il finale del brano è costituito da rumore dissonante ispirato al Free Jazz*. 

E poi la sentenza di un’attualità disarmante: poet’s starving. Gli artisti fanno la fame in un mondo in cui tutto ciò che conta è il progresso scientifico, in cui non c’è più spazio per l’arte. L’individualità viene soppressa, l’originalità ignorata e la creatività punita.
Non c’è più spazio per le emozioni.
Per ciò che realmente ci rende vivi. Per ciò di cui siamo fatti. 
Per l’arte, che è senza dubbio fra le cose più belle che esistano e che rendono la vita degna di essere vissuta.

Children bleed. Non ho niente da aggiungere. Pensate ai milioni di bambini rapiti, violentati, torturati, imbottiti di droghe che vengono obbligati a combattere, a uccidere, a morire. O a quelli che vengono sfruttati in ogni modo possibile per far sì che altri bambini, altri ragazzi, altri adulti siano sommersi da beni materiali che scambiano per indispensabili, ma che poi, a conti fatti, non lo sono.
Nothing he’s got he really needs, 21st century schizoid man.

Claudia Paesano

* Il Free Jazz è un particolare tipo di Jazz nel quale, durante l’esecuzione, gli strumenti non seguono una struttura, ma ognuno di essi suona in contemporanea agli altri improvvisando in modo estemporaneo e atonale.

16 comments

  1. Avatar di Pakisasso
    Pakisasso · agosto 12, 2019

    Gli uomini hanno sempre giocato prima con gli animali nelle imprese di caccia,poi con le guerre per l’esercizio della potenza,quindi con gli dei inventando miti e narrazioni,di seguito con le idee producendo storia e cultura,infine col denaro per conquistare agi e privilegi.Ciò che mai è riuscito ad ‘estorcere’ con la violenza è il MONDO DELLE EMOZIONI ,del quale con molta sensibilità e chiarezza tu parli.La musica emoziona ed emozionerà sempre se partorita in modo ‘sentito’,come le tue parole di commento al testo
    Certamente gli ingegnosi e propedeutici fras_TUONI dei Crimson tutti hanno fatto breccia,nella mente dell’ascoltatore per_la comprensione del testo e il brivido conseguente.
    Il tuo mettere in rete in modo netto,arguto,lineare,sensibilmente partecipe enfatizza la percezione del brano stesso e lo inpregna di ‘sangue arterioso’,ossigenato,insomma FRUIBILE.
    Grazie per il tuo talentuoso impegno.

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    • Avatar di Claudia Paesano
      Partenope · agosto 12, 2019

      Grazie mille per aver commentato e per i complimenti meravigliosi… Sono senza parole. Mi sento profondamente compresa… E di conseguenza felice. Davvero grazie.

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    • Avatar di Claudia Paesano
      Partenope · agosto 12, 2019

      E inoltre condivido tutto il messaggio sul “mondo delle emozioni”… È la verità!

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  2. Avatar di Peppe
    Peppe · gennaio 28, 2016

    Complimenti per la recensione, si sente la profondità di un tuo percorso musicale che porta oltre l’immaginazione del semplice ascolto del brano. Continua a comunicarci queste emozioni senza fermarti mai. Grazie

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    • Avatar di Claudia Paesano
      Paisley · luglio 31, 2016

      Grazie di cuore per il commento (per me) molto significativo. A breve pubblicherò una nuova recensione che spero le piacerà.
      A presto!

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  3. Avatar di Carlo capezzuto
    Carlo capezzuto · gennaio 23, 2016

    Brava, per la profondità delle sensazioni che hai espresso nel solo brano in questione, sono daccordo con te e mi piace usare le tue parole, “SOPPRESSE, IGNORATE, PUNITE E NESSUNO SPAZIO PER LE INDIVIDUALITA’, L’ORIGINALITA’, LA CREATIVITA’, LE EMOZIONI E I SENTIMENTI”.
    Un mondo che non mi piaceva negli anni ’60 e che non mi piace ancor di più oggi.
    Grazie

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  4. Avatar di slowdive86
    slowdive86 · dicembre 29, 2015

    Avevo 15 anni quando acquistai questo disco. Mi erano state appena date le chiavi per l’accesso ad un altro mondo, sconosciuto ed incomprensibile alla maggioranza dei piu’. Il mondo di quelli che avevano visto, di quelli che avevano sentito, ed erano entrati in contatto con l’armonia universale. Cori, flauti, strumenti a fiato, sfumature. Sfumature. Quelle che adesso mancano, nell’ambiente, nelle persone, nell’arte. Negli anni’ 70 esistevano persone che dedicavano il loro tempo, a volte l’intera vita, all’espressione di se stessi, o alla messa in vita di qualcosa di superiore, di divino, che attende solo persone che aprano la propria sensibilita’ ad esso per essere espresso. Non so se Peter Sinfield avesse potuto prevedere cosi’ a fondo il declino della civilta’ moderna. Un mondo disilluso, privo di interessi, la cui comunicazione e’ stata uccisa dall’ascesa della virtualita’. La musica e l’arte, oggi, non aggregano piu’, ne’ rappresentano un’epoca, a stento emozionano. Il ridimensionamento, la svalorizzazione, l’alienazione, la solitudine, abbracciata involutamente, quanto salutata con indifferenza, come fosse una condizione naturale dell’uomo. Tragedie taciute.

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    • Avatar di Zeppelin' On
      Zeppelin' On · gennaio 8, 2016

      Chiedo il permesso di pubblicare questo commento sulla mia pagina facebook. I colori di quegli anni si sono spenti, le tonalità si sono scolorite fino ad un uniforme grigio dove pochi spiccano con uno stacco cromatico. Davanti agli occhi, dentro la mente. E la Musica, l’arte, sembrano la salvezza. Mi ritrovo perfettamente nelle tue parole, in un pensiero che sebbene possa essere non visto, non sentito, non muore. Articoli come questo ne sono la testimonianza.

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      • Avatar di slowdive86
        slowdive86 · gennaio 8, 2016

        Non ho compreso se la richiesta e’ relativa a me o all’autore dell’articolo. Nel primo caso, no problem. Io sono convinto che siamo ancora troppo dentro per essere consapevoli del guaio che stiamo attraversando. Dal canto mio ho ripreso a scrivere sui fogli di carta, e poi a ricopiare in caratteri digitali. La virtualita’ risucchia l’anima, ci riduce ad icone, ed appiattisce la nostra umanita’, assottigliando le nostre sfumature, relegandoci ad esser soli in una stanza, anziche’ a riunirci e scambiarci prospettive. Di tutto cio’ che stiamo condividendo non rimarra’ nulla. Non mi ricordavo neanche di aver fatto un commento del genere, rendiamoci conto.

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        • Avatar di Claudia Paesano
          Paisley · gennaio 8, 2016

          Hai detto bene nel primo commento: le sfumature non esistono più. Non c’è più spazio per l’individualità, per l’espressione di se stessi attraverso le passioni e l’arte.
          Tutto è finalizzato ad un unico scopo: il denaro.
          Non puoi “sprecare” il tuo tempo per inseguire un sogno, una passione, te stesso. Semplicemente non puoi, poichè sei costretto tra gli ingranaggi di una macchina terribile, che non lascia alcuna via di scampo.
          Condivido ogni singola parola che hai scritto e ti ringrazio per gli spunti che mi hai regalato.
          Comunque, mi sono stupita molto quando ho letto che anche tu, come me, scrivi sulla carta.
          Non avevo ancora conosciuto qualcuno che lo facesse. È una cosa che mi riempie di positività e speranza. Sicuramente, molti altri (ri)scopriranno il fascino irresistibile della carta, del suo odore e della sua consistenza, che la rendono un corpo desiderabile. (Ri)scopriranno la gioia e il piacere di impugnare la penna per tracciare parole esteticamente diverse da quelle di qualsiasi altra persona, di creare materialmente qualcosa di unico e personale, soprattutto imperfetto, e non stilizzato e conforme come i caratteri digitali.

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          • Avatar di slowdive86
            slowdive86 · gennaio 8, 2016

            Comunicare, esprimersi, creare legami, sono attivita’ che richiedono tempo. Esso e’ l’ingrediente necessario a dare valore a tutto cio’ che e’ prezioso; non il frettolosamente riversare se stessi, alla ricerca poi di cosa?
            Dare valore a cio’ che abbiamo e’, nel presente, immensamente difficile. Milioni di persone in connessione con noi, miliardi di possibilita’, di informazioni. Ripenso a quando, negli anni’ 80 e ’90, c;era diffidenza nei confronti della tecnologia. Film, i cui temi erano la dominazione del robot sull’essere umano. Oggi, invece, che ci siamo dentro, nessuno si esprime a riguardo. I temi, gli stili, i modi di esprimersi dell’arte odierna sono quelli vecchi. Il rock si e’ fermato, appiattendosi sugli stilemi dei decenni scorsi; non aggrega, non unisce, perche’ la cornice tecnologica lo ha deprivato del suo potere espressivo. Aggiungiamo a cio’ il fatto che sono scomparsi i soldi dalla musica, e questo non e’ un bene. Comprendo quando affermi che tutto sembra finalizzato al denaro; cio’ nonostante, credo che il capitalismo esisteva anche decenni fa, quando l’arte svolgeva propriamente il suo ruolo, regalandoci artisti come quelli che tutti noi amanti della musica conosciamo, e di cui il nostro immaginario e’ contornato. Tanti capolavori musicali sarebbero stati impossibili senza tanto lavoro, e tanti soldi investiti dai produttori discografici. Ripenso a “Loveless” dei My Bloody Valentine, il cui costo si e’ aggirato intorno ai 250mila pound; Kevin Shields odiava il denaro, e poteva permettersi di odiarlo in quanto c’era Alan McGee che pagava tutti gli ingegneri del suono, l’attrezzatura, il personale. La nascita del download musicale ha sancito la temporanea, forse definitiva, fine del rock; non solo perche’ ha deprivato l’intera catena musicale dell’ossigeno per respirare (i soldi), ma anche perche’ ha minato il processo umano del dare valore alle cose, che e’ il nostro ossigeno, indispensabile a farci sentire legati a cio’ che ascoltiamo; l’armonia del mio spendere 18 euro per un cd e ascoltarlo da cima a fondo perche’ ho deciso di spendere questi soldi per quel preciso cd, e non per un altro, e’ stata inquinata dalla possibilita’ di avere tutto gratis. La dimensione virtuale e’ responsabile della perdita della capacita’ di dare valore. All’arte, al tempo, alle persone. Ci vorranno forse decenni per prenderne consapevolezza. Adesso il dare valore e’ qualcosa che non e’ piu’ automatico, e intrinseco al come ci rapportiamo al mondo, ma qualcosa che bisogna andarsi a cercare di proposito, ponendo dei limiti, eliminando la subliminalita’ tecnologica, dedicando tempo, circoscrivendo la propria attenzione, ricordando che la freddezza delle righe virtuali nasconde il calore della sensibiita’ umana,

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        • Avatar di Zeppelin' On
          Zeppelin' On · gennaio 8, 2016

          La richiesta era riferita a te, ma qui mi sembra di vedere che qualsiasi parola merita di essere condivisa. Sono d’accordo con te e con Paisley, l’inchiostro su carta ha una sensualità, un’unicità, una personalità senza pari, come la Musica e l’arte del resto, come dicevamo. Rimaniamo noi stessi, ragazzi, e soprattutto esprimiamoci.

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  5. Avatar di Zeppelin' On
    Zeppelin' On · dicembre 24, 2015

    Entusiasmante. Brillante. La penna migliora testo dopo testo.

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