Guardami come soltanto tu Tu che sai brillare nel buio continua a chiamarmi dal buio
Sarai questo bruciare per sempre questo crimine della mia mente Più sei vicino e più capisco che tutto è tutto ciò che rischio
Ma se mi vuoi io stanotte vengo a prenderti vengo a prenderti
Tutto brucia, tutto passa, tutto cambia faccia Se non sei pronto a morire sei destinato a sparire
Se questo fuoco chiuso dentro stende un’ombra su di te e so già che farà male e anche se so che farà male
Se mi vuoi io stanotte vengo a prenderti vengo a prenderti
Se mi vuoi Se mi vuoi Se mi vuoi
Sai già che non so rinunciare se mi, se mi anche se so che farai male se mi, se mi Questa mia anima non sa se mi, se mi che cosa farsene della dignità se mi vuoi
Se mi vuoi Se mi vuoi Se mi vuoi
Scritta da:
Diodato
“Se mi vuoi” è la nuova canzone di Diodato. È stata composta appositamente per il film “Diabolik – Ginko all’attacco!” che, nonostante abbia ricevuto numerose critiche, a me è piaciuto: l’ho trovato molto carino! Il cantante compare anche in una scena del film, nella quale si sente “Se mi vuoi”.
Il primo minuto del brano non mi ha fatto impazzire, poiché l’ho trovato abbastanza banale. È la classica canzone italiana leggera e triste, suona come qualcosa di già sentito. Ma dopo la bellissima apertura, che avviene circa al minuto 1.18, il pezzo cambia. Infatti, abbiamo l’entrata trionfale del tema portante di tutta la canzone. È un sound patinato ed elegante che fa molto “Spy Movie”, fa molto “007”. A me ha ricordato i Muse di “Feeling Good”!
Secondo me, questo è, a mani basse, il miglior lavoro del cantautore fin ora. Trovo che in questa canzone la voce di Diodato sia stata valorizzata al massimo: è davvero splendente. È una voce che viene lanciata lontano, che vola in alto, che trasmette una passione signorile, ed anche una certa dose di perdono. Ho adorato l’utilizzo (piuttosto leggero) di un filtro vocale “effetto megafono” nei versi finali, quando la canzone si fa più struggente. Quest’ultimo dona alla voce molto carattere ed un tocco un po’ vintage, completando alla perfezione il mood del brano ed enfatizzandone il pathos.
E tu cosa ne pensi? Hai già ascoltato “Se mi vuoi”? Hai già visto Diabolik al cinema? Fammelo sapere con un commento qui sotto!
Si può suonare la voce? Secondo Demetrio Stratos sì!
Stiamo parlando del cantante e frontman degli Area, una delle più grandi band di progressive rock italiano. Demetrio apparteneva a un filone molto in voga negli anni settanta: quello delle sperimentazioni vocali. Dalla fine degli anni ’60, infatti, si era diffusa la pratica della vocal performance art: numerosi cantanti compivano dei veri e propri esperimenti volti alla de-soggettivazione della voce e al superamento dei limiti del corpo.
Per approfondire questo argomento, consiglio il manuale “The 21st-Century Voice”, di Michael Edgerton: contiene numerosi esercizi, tecniche di respirazione yoga e molto altro per spingersi nei territori estremi della “voce estesa”, detta anche “extra-normal voice“. Come dice Michela Garda nel suo saggio Arcipelago Voce, “Tutte le arti, comprese quelle della voce, costeggiano sempre più da vicino i territori del disturbante, del disgustoso, dell’estremo, del compulsivo. Ciò non significa che ne siano l’espressione immediata. La voce è anche un medium, che al contempo incorpora e media significati simbolici ed espressivi.”
La tendenza alla depersonalizzazione (fenomeno manifestato anche nell’ambito rituale di numerose religioni del mondo) amplia gli orizzonti della dimensione vocale contemporanea, e mette in discussione gli ordini e le gerarchie su cui si sono costruite e basate per secoli le società, mirando a destabilizzarle: parliamo soprattutto di dicotomie come quella tra animale/uomo, natura/cultura, uomo/donna, ecc.
Tra i maggiori esponenti di questa corrente di sperimentazioni troviamo, ad esempio, Joan La Barbara, David Moss, Meredith Monk e il nostro Stratos. Dal pop/rock dei “Ribelli”, di cui era frontman, passa al rock progressivo più innovativo e sperimentale con i già citati Area. Vocalist eccezionale, il suo stile di canto era selvaggio e libero, vertiginoso come una montagna russa. Non si faceva problemi a giocare con la voce come non faceva nessun altro. La voce a briglia sciolta, agile, senza alcun freno.
Studioso di etnomusicologia, Demetrio è stato un pioniere della ricerca sulle tecniche di vocalizzazione di altre culture e tradizioni, ambito molto esplorato dalla vocal performance art. Praticava ad esempio, la manipolazione della voce con le mani, tecnica utilizzata da donne sciamane in Africa. Oppure, era tipica di Stratos la realizzazione di vocalizzi multifonici, diplofonie. Recuperando una tecnica vocale dei monaci tibetani, realizzava l’impensabile: cantava più suoni CONTEMPORANEAMENTE, spesso la voce vettoriale più due armonici, formando, così, un accordo (come lui stesso spiega).
Il suo obiettivo era portare la voce all’estremo, spingerla oltre i limiti dell’umano.
Se ascoltiamo, ad esempio, “Flautofonie“, notiamo come riuscisse a riprodurre perfettamente con la voce il suono di un flauto, riprendendo una tecnica molto diffusa in Mongolia.
Un altro obiettivo di Demetrio Stratos era quello di desoggettivizzare la voce, renderla irriconoscibile, slegarla, liberarla dalla dimensione irripetibile della persona. E per farlo utilizzava uno stratagemma molto interessante: abbandonare la parola, superare la parola. Come lui stesso affermò in un’intervista con Massimo Villa:
“Il problema è abolire la parola. Noi, quando si canta in questa direzione qui non crediamo tanto alla parola. Vogliamo abolirla, perché la parola ci incastra, ci schiavizza all’interno di un discorso stilistico. Noi non crediamo nello stile. Quindi si cerca di abolire la parola che è un secondo segnale della realtà. Non è la realtà, l’unica realtà, la parola. […] Qui si fanno esperimenti sul limite del linguaggio. […] Siamo in cinque miliardi che utilizziamo la voce, non la utilizziamo molto bene. Siccome non la conosciamo, si può scoprire; qui il tipo di sperimentazione che noi proponiamo è scoprire che non è tornare indietro, né cercare di riagganciarsi a una situazione di civiltà bianca o negativa, ma di scoprire quali sono i limiti del linguaggio oggi, nella nostra società.”
Per “Le Sirene” Stratos prese ispirazione dai vocalizzi della figlia piccola, che stava appena iniziando a parlare. L’effetto è straniante. Il suono è molto enigmatico ed inquietante, e colpisce diritto allo stomaco. Questo effetto è dovuto non soltanto ai suoni sconcertanti e impossibili da ricondurre a qualcosa di conosciuto, ma anche alla sovrapposizione di più linee vocali che seguono ritmi diversi. Trovo geniale questa traccia: una reinterpretazione originale e sorprendente del canto delle sirene, di un linguaggio indecifrabile che sembra provenire da un altro mondo.
Appare, quindi, evidente, come la sua ricerca sia volta alla riscoperta delle possibilità fonatorie trascurate durante il processo di apprendimento delle lingue naturali e dei diversi stili di canto.
Per chi fosse interessato ad ascoltare Stratos spiegare le proprie ricerche e la visione che aveva della voce, consiglio un bellissimo video/documentario che si può trovare su YouTube: “Suonare la voce”.
E tu conoscevi le sperimentazioni vocali degli anni Settanta?
One pill makes you larger And one pill makes you small And the ones that mother gives you Don’t do anything at all Go ask Alice, When she was just small
And if you go Chasin’ rabbits And you know you’re Going to fall Tell’em a hooka Smokin’ caterpiller Has given you The call Go ask Alice When she’s ten feet tall
When the men on the chessboard get up and tell you where to go And you just had some kind of mushroom and your mind is moving low Go ask Alice I think she’ll know
When logic And proportion Have fallen Sloppy dead And the White Knight is talking backwards And the Red Queen’s off with her head Remember What the dourmouse said: “Feed your head, Feed your head”
TRADUZIONE:
Una pillola ti fa diventare più grande Una pillola ti fa diventare piccolo E quelle che ti dà tua madre Non fanno più nessun effetto Vai a chiedere ad Alice Quando era semplicemente piccola
E se vai a inseguire conigli E lo sai che cadrai Di’ loro che un bruco che fuma il narghilè Ti ha chiamato Vai a chiedere ad Alice Quando è alta tre metri
Quando gli uomini sulla scacchiera Si alzano in piedi e ti dicono dove andare E hai appena preso qualche tipo di fungo E la tua mente si sta muovendo lentamente Vai a chiedere ad Alice Penso che lei lo saprà
Quando la logica E la proporzione Sono cadute morte E il cavaliere bianco Sta parlando al contrario E la Regina Rossa ha perso la testa Ricorda cosa disse il Ghiro: “Nutri la tua testa, Nutri la tua testa”
Scritta da:
Grace Slick
Eseguita da:
Grace Slick – Voce
Jorma Kaukonen – Chitarra solista
Paul Kantner – Chitarra ritmica
Spencer Dryden – Batteria
Jack Casady – Basso
California, dicembre 1965 o gennaio 1966.
La cantante Grace Slick, in seguito ad un trip di LSD, scrive il testo e compone al piano la musica di White Rabbit per la propria band, i Great Society. Circa un anno dopo, entrerà a far parte dei Jefferson Airplane, sostituendo la loro precedente cantante Signe Toly Anderson e portando con sé, nella nuova band, alcuni pezzi, tra cui White Rabbit e Somebody To Love.
Ebbene sì, oggi ci troviamo davanti al manifesto del rock psichedelico.
Il titolo è geniale: è poetico e suggestivo, il coniglio bianco in questione non ricade nel solito e abusato simbolismo legato alla purezza e all’innocenza, ma diventa una figura misteriosa e sfuggente, circondata da un alone di poesia, imponente come un totem.
White Rabbit inizia con un riff di basso indimenticabile, seguito da una marcia alla batteria e un arpeggio di chitarra dal sapore tipicamente spagnolo. Il suono, così contestualizzato, è insolito e sorprendente. La meravigliosa e per nulla scontata voce di Grace Slick si fa attendere, entrando in scena dopo un po’, strisciando come un serpente verde smeraldo: è fumosa e ammaliante. Risuona come un’eco a cui è impossibile resistere. È protagonista assoluta dell’intero brano.
Ecco una piccola chicca: negli Stati Uniti, Grace Slick viene spesso soprannominata “Ribbon Candy”, facendo riferimento a quelle caramelle zuccherate e colorate a forma di nastro, talvolta parecchio lunghe, proprio per la sua voce dolce e inconfondibile, caratterizzata da continue vibrazioni che le conferiscono l’andatura ondulata che l’ha resa speciale. Concedetemi un’opinione personale: trovo molto più interessante una voce imperfetta ma bellissima, colma di personalità e di carica interpretativa che la maggior parte delle voci di oggi, perfette e corrette in fase di editing ma vuote, noiose, prive di fascino e di emotività.
Estremamente evocativo, il pezzo ci catapulta nel mondo magico e ambiguo di Alice nel Paese delle Meraviglie e Attraverso lo Specchio, creato dal controverso autore e matematico inglese Lewis Carroll nel 1865. Grace ha infatti raccontato, in diverse interviste, che la canzone è ispirata proprio a questo grande romanzo diviso in due parti a cui lei è molto legata, anche perché, da bambina, i genitori le leggevano spesso le avventure di Alice. La storia è un capolavoro assoluto senza tempo. Consiglio vivamente questi libri a chi non li avesse letti, ma sono sicura che chi l’ha già fatto lo sa: sono spesso definiti libri “per bambini” ma, a mio avviso, non lo sono per niente. Più volte, infatti, le avventure di Alice prendono una piega sinistra e inquietante e, inoltre, trattano di temi piuttosto impegnativi come la follia, la morte, e altre cose poco simpatiche. Il tutto visto dagli occhi di una bambina di sette anni. Resta comunque uno dei miei romanzi preferiti in assoluto, un paradiso per chiunque sia interessato alla linguistica. Celebri sono, ad esempio, la bellissima poesia nonsense “Jabberwocky”, o ancor di più, l’episodio di Humpty Dumpty: vi assicuro che rimane impresso.
Bene, già dalle prime note della canzone, grazie alla sinergia tra voce e strumenti, ci troviamo a camminare in un luogo onirico da cui siamo attratti e incuriositi, che appare, però, avvolto nella nebbia, dove nulla è chiaro e tutto sembra sfuggire alle regole del mondo terrestre che conosciamo. E se vai ad inseguire conigli, e lo sai che cadrai…
Veniamo sballottati da una parte all’altra, in mezzo ad un caleidoscopio di strani personaggi che appaiono dal nulla, uno dietro l’altro, che ci dicono continuamente cosa dobbiamo fare e dove dobbiamo andare, come gli uomini della scacchiera che si animano, o che cercano di circuirci e attirarci a sé, come il bruco che fuma il narghilè.
Il brano è un continuo crescendo, ed è diviso in due parti: dopo la seconda strofa, la canzone diventa sempre più intensa, a tratti minacciosa. Non possiamo più fidarci nemmeno delle nostre percezioni, proprio come in un trip. When logic and proportion have fallen sloppy dead…
Si avvicinano a noi figure sinistre di cui non conosciamo le intenzioni, come il Cavaliere Bianco che parla al contrario o la Regina Rossa che ha perso la testa (letteralmente), fino a culminare con quello più insinuante di tutti, il ghiro che ci invita in modo allusivo a “nutrire la nostra mente”.
Remember what the dormous said, feed your head. è la frase che ha reso cult questa canzone. Suona come un monito, la voce di Slick pare quasi ipnotizzarci, sembra quella di una sacerdotessa di un culto segreto.
Fin dalla prima frase della canzone, è evidente il riferimento esplicito all’uso di sostanze stupefacenti, che culmina, per l’appunto, con l’imperativo “feed your head”, ripetuto per ben due volte. La frontwoman, pur ammettendo con molta tranquillità i chiari riferimenti alla droga (che valsero per la prima volta ad una canzone di essere passata in radio senza censure), ha riportato, in un’intervista della BBC, che la frase si riferiva in realtà all’importanza della lettura ed era un invito a leggere.
Probabilmente non sapremo mai quale delle due interpretazioni è giusta. Forse lo sono entrambe, ma, in ogni caso, si tratta di un alone di mistero in più che si aggiunge a questo pezzo intramontabile.
E voi conoscevate White Rabbit? Cosa ne pensate? Fatemelo sapere con un commento qui sotto!
I want you I want you so bad I want you I want you so bad It’s driving me mad, it’s driving me mad
I want you I want you so bad, babe I want you I want you so bad It’s driving me mad, it’s driving me
I want you I want you so bad, babe I want you I want you so bad It’s driving me mad, it’s driving me mad
I want you I want you so bad I want you I want you so bad It’s driving me mad, it’s driving me
She’s so
Heavy Heavy, heavy, heavy
She’s so
Heavy She’s so heavy (heavy, heavy, heavy)
I want you I want you so bad I want you I want you so bad It’s driving me mad, it’s driving me mad
I want you You know I want you so bad, babe I want you You know I want you so bad It’s driving me mad, it’s driving me mad Yeah!
She’s so-
TRADUZIONE:
Ti voglio Ti voglio così tanto Ti voglio Ti voglio così tanto Mi sta facendo impazzire, mi sta facendo impazzire
Ti voglio Ti voglio così tanto, piccola Ti voglio Ti voglio così tanto Mi sta facendo impazzire, mi sta facendo impazzire
Ti voglio Ti voglio così tanto, tesoro Ti voglio Ti voglio così tanto Mi sta facendo impazzire, mi sta facendo impazzire
Ti voglio Ti voglio così tanto Ti voglio Ti voglio così tanto Mi sta facendo impazzire, mi sta facendo impazzire
Lei è così pesante Pesante, pesante, pesante
Lei è così
Pesante È così pesante (pesante, pesante, pesante)
Ti voglio Ti voglio così tanto Ti voglio Ti voglio così tanto Mi sta facendo impazzire, mi sta facendo impazzire
Ti voglio Lo sai che ti voglio così tanto, piccola Ti voglio Lo sai che ti voglio così tanto Mi sta facendo impazzire, mi sta facendo impazzire
Sì, sì, sì!
Lei è così…
Scritta da:
John Lennon
Eseguita da:
John Lennon – Voce e chitarra solista, sintetizzatore, cori
George Harrison – Seconda chitarra, cori
Paul McCartney – Basso, cori
Ringo Starr – Batteria, conga
Billy Preston – Organo elettrico
La canzone più erotica dei Beatles?
Secondo me è I Want You (She’s So Heavy), scritta nel 1969 da John Lennon e dedicata alla moglie Yoko Ono. Inserita nell’album Abbey Road, è stata una delle ultime canzoni degli Scarafaggi ad essere registrata in gruppo.
Si tratta di un blues rock dalle fortissime venature hard rock. Per questo motivo, è annoverato tra i capostipiti del genere hard rock (e quindi anche proto-metal) insieme ad altri pezzi come Revolution e Helter Skelter, solo per rimanere in tema Beatles.
La canzone comincia con un arpeggio di chitarra ipnotico e sempre uguale a se stesso, reso oscuro e profondo dal riverbero, al quale si sovrappone un languido fraseggio dai toni acuti.
La ripetitività del testo, estremamente scarno e praticamente ridotto all’osso, ci trasmette un senso di desiderio e ossessione, un desiderio così forte da portare alla follia. Voce e chitarra sono sempre all’unisono. Persino il breve assolo riproduce la melodia vocale.
Il basso di Paul è duro. Pur restando in sottofondo, è ben distinguibile per tutta la durata della canzone, spiccando in alcuni intermezzi di silenzio, potente ed elegante al tempo stesso. Contribuisce in modo essenziale alla pesantezza del sound.
Al minuto 1.56 la canzone cambia: le sonorità dark e la lentezza del ritmo conferiscono una sensualità torbida al brano. Il meraviglioso organo stride e canta, intenso e sexy. Scivola giù come una cascata. È blues puro.
Per concludere, c’è una cosa che rende particolare questa canzone: il finale! Infatti, negli ultimi minuti del brano, al ripetitivo riff lento e cadenzato, che caratterizza tutta la canzone, viene sovrapposto un rumore bianco realizzato con il sintetizzatore. Il volume di quest’ultimo aumenta sempre di più, arrivando quasi a sovrastare la melodia e, proprio quando sembra diventare assordante, il brano si interrompe di colpo, lasciando l’ascoltatore spiazzato e confuso. Esiste anche una versione del brano con il finale in fading, ovvero che sfuma a poco a poco nel silenzio. È possibile ascoltarla, ad esempio, nella prima stampa italiana di Abbey Road.