Van Der Graaf Generator – Lemmings (Including Cog)

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TESTO:

I stood alone upon the highest cliff-top,
looked down, around, and all that I could see
were those that I would dearly love to share with
crashing on quite blindly to the sea.
I tried to ask what game this was,
but knew I would not play it:
the voice, as one, as no-one, came to me: 

“We have looked up on the heroes
and they are found wanting;
we have looked hard across the land,
but we can see no dawn;
we have now dared to sear the sky,
but we are still bleeding;
we are drawing near to the cliffs,
now we can hear the call.
The clouds are piled in mountain-shapes,
there is no escape except to go forward.
Don’t ask us for an answer now,
it’s far too late to bow to that convention.
What course is there left but to die?

We have looked up on the High Kings,
found them less than mortals:
their names are dust before the just
march of our young, new law.
Minds stumbling strong, we hurtle on
into the dark portal;
No-one can halt our final vault
into the unknown maw.
And as the Elders beat their brows
they know that it’s really far too late now to stop us.
For if the sky is seeded death
what is the point in catching breath? – Expel it.
What cause is there left but to die
in search of something we’re not quite sure of?”

What cause is there left but to die?
What cause is there left but to die?
What cause is there left but to die?
I really don’t know why… 

I know our ends may be soon
but why do you make them sooner?
Time may finally prove
only the living move her and
no life lies in the quicksand.

Yes, I know it’s
Out of control, out of control:
Greasy machinery slides on the rails,
Young minds and bodies on steel pikes impaled…
Cogs tearing bones, cogs tearing bones;
Iron-throated monsters are forcing the screams,
Mind and machinery box-press the dreams.

But there still is time…

Cowards are they who run today,
the fight is beginning…
no war with knives, fight with our lives,
lemmings can teach nothing;
death offers no hope, we must grope
for the unknown answer:
unite our blood, abate the flood,
avert the disaster…
There’s other ways than screaming in the mob:
that makes us merely cogs of hatred.
Look to the why and where we are,
look to yourselves and the stars and in the end
What chance is there left but to live
in the hope of saving
our children’s children’s little ones?

What choice is there left but to live?
What choice is there left but to live?
What choice is there left but to live?
To save the little ones?

What choice is there left but to try?
What choice is there left but to try?
What choice is there left but to try?


TRADUZIONE:

Stavo in piedi da solo sulla cima della scogliera più alta…
Guardai giù, intorno, e tutto ciò che riuscivo a vedere
erano quelli con cui avrei tanto voluto condividere
continuare a schiantarsi ciecamente nel mare.
Ho provato a chiedere che gioco fosse,
ma sapevo che non ci avrei giocato:
la voce, come una, come nessuna, mi arrivò.

“Abbiamo cercato gli eroi,
ma abbiamo scoperto che sono scomparsi.
Abbiamo cercato con impegno per tutta la terra,
ma non vediamo l’alba (una via d’uscita).
Ora abbiamo osato bruciare il cielo,
ma stiamo ancora sanguinando:
ci stiamo avvicinando alle scogliere,
ora sentiamo il richiamo.
Le nuvole sono impilate a forma di montagne.
Non c’è scampo se non andare avanti.
Ora non chiederci una risposta.
È davvero troppo tardi per inchinarsi a quella consuetudine.
Quale strada è rimasta, a parte morire?

Abbiamo cercato i Grandi Re,
e li abbiamo trovati meno che mortali.
I loro nomi sono polvere
innanzi alla marcia della nostra giovane, nuova legge.
Le menti inciampano rovinosamente,
continuiamo a precipitare nell’oscuro portale.
Nessuno può fermare il nostro volteggio finale verso le fauci sconosciute.
E mentre gli anziani si battono la fronte,
sanno che è davvero troppo tardi per fermarci adesso.
Poiché, se il cielo è seminato di morte,
che senso ha prendere fiato?
Buttalo fuori.
Quale ragione è rimasta, eccetto morire, in cerca di qualcosa di cui non siamo affatto sicuri?”

Quale ragione è rimasta, a parte morire?
Quale ragione è rimasta, a parte morire?
Quale ragione è rimasta, a parte morire?
Davvero, non so perché…

Lo so che la nostra fine potrebbe arrivare presto,
ma perché la fate arrivare prima?
Il tempo potrebbe infine rivelare
che solo la vita la muove/commuove
e che non c’è vita nelle sabbie mobili.

Si, lo so, è fuori controllo,
fuori controllo:
macchinari unti scivolano sulle rotaie.
Giovani menti e corpi impalati su picche d’acciaio.
Ingranaggi che spezzano le ossa,
ingranaggi che spezzano le ossa.
Mostri dalla gola di ferro stanno forzando le grida.
La mente e i macchinari comprimono i sogni in scatole.

Ma c’è ancora tempo…

Codardi sono coloro che oggi scappano,
la battaglia sta cominciando.
Niente guerra con i coltelli,
combattiamo con le nostre vite.
La morte non offre speranza,
dobbiamo cercare a tentoni la risposta sconosciuta,
unire il nostro sangue, fermare l’alluvione, evitare il disastro.
Ci sono mezzi diversi dal gridare nella folla;
questo ci rende soltanto ingranaggi di odio.
Guardate al perché e al dove siamo,
guardate voi stessi e le stelle,
e alla fine
quale possibilità è rimasta se non vivere?
Nella speranza di salvare i figli dei figli dei nostri figli?

Quale scelta è rimasta, a parte vivere?
Quale scelta è rimasta, a parte vivere?
Quale scelta è rimasta, a parte vivere?
Per salvare i piccoli?

Quale scelta è rimasta, a parte provare?
Quale scelta è rimasta, a parte provare?
Quale scelta è rimasta, a parte provare?


Scritta da:

Peter Hammill

Eseguita da:

  • Peter Hammill – Voce, chitarra, piano
  • David Jackson – Sassofoni tenore, contralto e soprano, flauto traverso
  • Guy Evans – Batteria
  • Hugh Banton – organo elettrico, mellotron, sintetizzatore

Un piccolo appunto: per tutta l’analisi parlerò di sax al singolare, sebbene per la stragrande maggioranza del tempo, il mostruoso David Jackson ne suoni due contemporaneamente, cosa che rese il sound del gruppo unico e particolarissimo. Purtroppo non so distinguere tra un sassofono tenore, contralto o soprano.


Ciao a tutti, rockers e non!

La canzone di oggi mi era stata richiesta anni fa da una persona molto speciale per me.

Vi presento l’ennesimo capolavoro che il prog-rock ci regala: Lemmings (Including Cog), dei Van Der Graaf Generator.
Prima traccia del quarto album della band, Pawn Hearts, è stata pubblicata nell’ottobre del 1971.

Prendiamoci un attimo per analizzare il titolo del brano: Lemmings (Including Cog).
I lemmings sono dei piccoli roditori che abitano nella tundra artica, e sono noti per una triste pratica: quando la popolazione raggiunge numeri eccessivamente alti, i lemmings si suicidano in massa gettandosi in mare da altissimi promontori.
Al giorno d’oggi sappiamo che questa altro non è che una leggenda metropolitana, probabilmente fomentata e diffusa non solo dalla storia a fumetti di Carl Barks (inventore di Zio Paperone) “Zio Paperone e il ratto del ratto” (1955), ma anche dal documentario della Disney “Artico Selvaggio” (1958), che gli valse un oscar e nel quale furono costretti al suicidio decine di lemmings.
L’egoismo umano non smette mai di sorprendermi.

E “Including Cog”?
Lo vedremo presto.

Ma allora, come mai questo titolo?
Scopriamolo insieme.
Il brano comincia con un caldo arpeggio di chitarra acustica, seguito da un leggiadro flauto traverso e da una batteria in punta di piedi. La soffusa sinfonia dal sapore medievale acquista sempre più carica con l’entrata in scena dell’organo, che farà da collante per tutta la durata del pezzo.
Sembra quasi che stia per cominciare una favola da un momento all’altro, ma cosa narra la voce da menestrello del nostro Peter?
Il tema è in crescendo.
Immedesimato in un ignoto protagonista di cui l’unica caratteristica conosciuta è l’essere da solo, osserva i suoi cari lanciarsi in mare da una rupe, in massa, alla cieca.
Perché i lemmings, con la loro leggenda, sono l’emblema della moltitudine ottusa votata all’autodistruzione.
E questo concetto è applicabile al branco o all’intera società.
L’unico antidoto per evitare il disastro è affermare la propria individualità, con tutti i pregi e i difetti, le idee e le mancanze. Osservare il mondo senza mai farsi condizionare, ma sviluppare la propria personalità, anche a costo di confrontarsi con il senso di inadeguatezza, con l’impressione di avere la scritta “errore di fabbricazione” stampata in fronte, con la paura della solitudine.
Anche a costo di impazzire di dolore per le troppe storture, violenze psicologiche e non, insensatezze e altre orribili cose e situazioni che si osserveranno, come con una lente d’ingrandimento, dall’esterno. Perché non ne vorrai far parte.
Anche a costo di vedere le persone che ami autodistruggersi, come i lemmings.
E vorresti essere come tutti gli altri o farla finita per sempre prima di loro, per sottrarti all’orrore.

E ovviamente, il dubbio.
I know our ends may be soon, but why do you make them sooner?
Perché il suicidio di massa?

Mentre sotto imperversa un riff bizzarro e spigoloso, la voce si fa aspra.
La risposta arriva, pronunciata da una voce all’unisono (as one), ma che preannuncia già l’amara scomparsa (as no-one); sembra quasi sia un fantasma a parlare.

Di fronte alla caduta di rassicuranti idoli, modelli, precetti, di figure mitizzate di uomini o dèi, che ragione di vita è rimasta?
Che senso ha vivere?
Perché affannarsi a cercare, brancolando nel buio, una ragione di vita che probabilmente non troveremo mai?
È un incubo senza via d’uscita.
L’unica soluzione sembra essere, per il singolo, il suicidio. Per la massa, l’incontrollata, lenta ma inserorabile, autodistruzione.

I fraseggi di sax e una sostenuta batteria accompagnano la risoluta e incontestabile voce di Hammill, che diventa, alla fine, disperata.
What cause is there left but to die?

Arrivati quindi al minuto 3.37, se si presta attenzione, magari con le cuffie, è possibile ascoltare dei suoni realizzati con un mellotron o un sintetizzatore (credo) che, almeno secondo me, imitano dei singhiozzi.

Nella strofa successiva, la traccia vocale è composta da sovraincisioni dissonanti che, come spesso accade nel progressive, creano un senso di alienazione nell’ascoltatore.
Molto interessante è l’attribuzione dell’aggettivo possessivo femminile her all’entità asessuata time, che dà origine ad una prosopopea, cioè ad una personificazione.
Secondo voi perché proprio femminile?

La riflessione contiene in sé uno spiraglio di speranza.
Il tempo potrebbe rivelare che solo la vita lo muove/commuove*.
Ma contemporaneamente, si può dire che il tempo come entità esiste perché noi umani l’abbiamo inventato e suddiviso.
E per questo, esiste solo se esistiamo anche noi.
Agli altri animali, e ancor meno al mondo vegetale, lo scorrere del tempo non interessa.

Ad un tratto, un momento di calma, in cui flauto e chitarra acustica sono protagonisti.
E poi un motore carica, carica, carica ed esplode: assistiamo ad un cambio di tema sia a livello musicale che poetico.
Sembra di stare su un’altalena, tra scoppi di aggressività fatti di suoni ora confusi e dissonanti, e momenti pacati. È spiazzante.

Ricordate il titolo?
Bene, perché siamo arrivati a “Cog“.
Peter riprende il concetto di annullamento della personalità, ma sotto una diversa luce.

Young minds and bodies on steel pikes impaled.
Prima, la denuncia contro la guerra, frutto delle azioni e non-reazioni, dell’appiattimento del pensiero e delle non-decisioni della massa pigra, facilmente manipolabile da chi ne sfrutta l’ignoranza, dirottandone le paure e l’odio verso bersagli innocui.
Mi viene in mente la situazione politica in cui versiamo oggi.

Poi cogs tearing bones.
L’individuo, con tutti i suoi limiti, si annulla di fronte alla potenza e alla perfezione della macchina.

Infine, mind and machinery box-press the dreams.
La fredda razionalità, che gli umani rivendicano con molto orgoglio come una caratteristica esclusiva, così come fa una qualsiasi altra macchina, schiaccia, comprime i sogni in scatole.
Mi chiedo, è giusto chiudere in scatole i propri sogni, per poi buttarli via e dimenticarli?
È giusto confinarli in favore di ciò che è utile o più conveniente, ma che non ci rende felici?
In poche parole, è sano sacrificare ciò che ci rende felici a vantaggio di ciò che è utile o più conveniente?
È sana una società come la nostra, in cui contano solo il freddo calcolo, il profitto, l’omologazione, l’avanzamento tecnologico, in cui non c’è spazio per l’emotività, la filosofia, l’arte, la natura (di cui siamo parte integrante, nonostante non perdiamo mai l’occasione di alzare una barriera tra il “mondo degli umani” e il “mondo naturale”, rivendicando una presunta e ridicola superiorità.
Forse sarebbe meglio abbandonare questa limitante prospettiva antropocentrica).

But there still is time
Ma c’è ancora tempo. Possiamo fermare tutto questo.
Si conclude così Cog, un brano nel brano.

Ma andiamo avanti.
Nella nube di suoni disarmonici, tra cui il suono di un pianoforte, si fa largo, imperante, il riff originario.
Adesso la musica ribolle.
Siamo tornati in Lemmings, e la prospettiva è tutta nuova.
È incantevole l’idea della vita come arma.
Infatti, di fronte allo sfacelo della società, a tutti gli orrori e le devianze, di fronte a quella che sembra una battaglia impari la nostra arma è rimanere in vita.
No war with knives, fight with our lives.
Di fronte al crollo di tutte le certezze, dobbiamo continuare a cercare la nostra ragione di vita, anche se si nasconde da noi.
Dobbiamo combattere con le nostre stesse vite e dobbiamo combatterla insieme questa battaglia, unite our blood.

E poi, due versi che, nuovamente, ci dovrebbero far riflettere sulla situazione politica attuale.
Ci sono mezzi diversi dal gridare nella la folla: questo ci rende solo ingranaggi di odio. E non a caso, l’enfasi cade sulla parola cogs, ingranaggi, come a voler sottolineare la spersonalizzazione dei tanti individui che compongono la moltitudine di cui alcune figure si servono per orientarne l’odio cieco, che porta allo scontro e infine alla distruzione.

In un ultimo duetto tra sax e organo, i versi finali. La musica si addolcisce.
Dopo aver finalmente riflettuto, osservato e scoperto le cose bellissime che ci circondano, come le stelle o anche noi stessi, quale altra scelta abbiamo se non vivere?
Vivere per agire e reagire. Per cambiare le cose.
Quale altra scelta se non far sopravvivere la nostra specie nella speranza di un futuro migliore?
Tutto sembra acquietarsi e l’ultima domanda risuona limpida:
quale altra possibilità, se non provarci?

Che dire ragazzi, è commovente.
Meraviglioso il messaggio finale, meravigliosa la batteria che riproduce il battito di un cuore.
È la vita che trionfa.

Ma di nuovo note oscure suonano come un avvertimento: sulla sinistra base di organo si immette una cantilena di sax quasi da horror, mentre i piatti incorniciano la cupa atmosfera.
E sulle note acute e fatate di flauto e organo, un piccolo stacco di batteria chiude il brano.

E voi cosa ne pensate?
Spero abbiate trovato la canzone e l’articolo interessanti!
Personalmente, io ho amato questo capolavoro. Lo trovo meraviglioso.
Pensate che, se ho capito bene, non sono presenti né un basso né una chitarra elettrica. Però, che rock!

Detto questo, ci vediamo alla prossima canzone.
A presto!

Claudia Paesano

*Nella traduzione ho voluto rispettare l’ambiguità del verbo to move, che in inglese vuol dire sia muovere che commuovere, proprio per conservare anche l’immagine del tempo come essere superiore che si emoziona nell’osservare i viventi.

The Doors – Spanish Caravan

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TESTO:

Carry me, caravan
Take me away
Take me to Portugal
Take me to Spain
Andalusia with fields
full of grain
I have to see you
Again and again

Take me,
Spanish caravan
Yes, I know you can…

Trade winds find galleons
Lost in the sea
I know a treasure
Is waiting for me
Silver and golden

The mountains of Spain
I have to see you
Again and again

Take me,
Spanish caravan
Yes I know you can…


TRADUZIONE:

Portami, carovana
Portami via
Portami in Portogallo
Portami in Spagna
Andalusia con campi
Pieni di grano
Ho bisogno di vederti
Ancora e ancora

Portami,
Carovana spagnola
Si, lo so che puoi…

I venti Alisei trovano galeoni
Perduti nel mare
So che un tesoro
Mi sta aspettando
D’argento e d’oro
Le montagne di Spagna
Ho bisogno di vederti
Ancora e ancora

Portami,
Carovana spagnola
Si, lo so che puoi…


Scritta da:

Robby Krieger

Eseguita da: 

  • Jim Morrison – Voce
  • Ray Manzarek – Organo
  • Robby Krieger – Chitarre
  • John Densmore – Batteria

Ciao a tutti!

Perdonate la lunghissima assenza, ma questo sarà un ritorno in grande stile con Spanish Caravan, un piccolo capolavoro dei Doors contenuto nel loro terzo album: Waiting for the Sun (1968).  🌅

Sulle note di un arpeggio dalle sonorità tipicamente spagnole (quelle del flamenco), Jim ci porta nella penisola iberica. Più precisamente, tra le montagne fiabesche dell’Andalusia, che esercitano una forza magnetica irresistibile.
Tutto il brano, infatti, esprime un grande amore per quella terra: I have to see you again and again.

Ma perché “carovana spagnola”?
La carovana era una modalità adoperata dagli invasori europei nell’esplorazione dei territori americani.
In questo caso, al contrario, una carovana parte alla ricerca di un “Eldorado” europeo, fatto di montagne dorate e campi di grano.
Numerosi sono, appunto, i richiami cromatici al colore dell’oro.
E il viaggio è spinto da un desiderio non tanto di evasione, quanto di avventura e di ricerca della felicità.

Ma veniamo alla parte più emozionante, almeno per me.
Il tema acustico si interrompe per poi riprendere pochi secondi dopo:
le due chitarre iniziali sono sostituite da una geniale e sorprendente combinazione di organo e chitarra distorta che ricorda i suoni di un temporale.
Io vedo davanti agli occhi una cascata o, ancora meglio, un acquazzone, e folate di vento impetuoso (a partire dal minuto 1.58 e in particolare al minuto 2.16 poco prima della parola “winds”)…
Voi cosa vedete?

Le frasi: “Trade winds find galleons lost in the sea, I know a treasure is waiting for me” sono estremamente suggestive.
La musica incalza, con il suo ritmo sempre più insistente e circolare, come altissime onde di un mare in tempesta, misterioso e oscuro.
Ho notato che la maggior parte delle interpretazioni di questo verso descrivono antichi galeoni che giacciono, sommersi, sul fondo del mare, carichi d’oro.
Personalmente, ogni volta che ascolto questa canzone, complice anche l’impostazione della musica a livello strumentale, vedo un mare in tempesta, un cielo grigio o notturno squarciato di fulmini ed enormi navi in balia del vento e di immense onde, contro cui combattono con tutte le proprie forze per non affondare.
Anche i galeoni fanno parte dell’iconografia spagnola, essendo il mezzo con il quale i conquistatori si spostavano tra il “nuovo” e il “vecchio” continente.
Ma non sappiamo niente sulle anacronistiche navi della canzone, non sappiamo qual è la loro destinazione e neppure se ci arriveranno mai. Sappiamo solo che sono disperse in mare.
Si salverà l’equipaggio?

Antitetico rispetto al verso precedente, I know a treasure is waiting for me ne condivide il trepidante senso di mistero, ma in chiave ottimista. Ricco di speranza, racchiude il significato dell’intero brano: una metafora per la ricerca della felicità. Ma potrebbe anche riferirsi, più in generale, al futuro del protagonista.
Mi fa venire la pelle d’oca ogni volta.
La vita non è solo (o comunque non sempre) un mare in tempesta in cui ci si può perdere. Nasconde un tesoro (o più tesori); sta a te scoprire quale e spetta a te il compito di affrontare mille avversità per raggiungerlo.
Ricorda: non “I hope“, ma “I know a treasure is waiting for me“.
Quel tesoro esiste ed è lì per te.
Ti sta solo aspettando.

Claudia Paesano

Queen – See What a Fool I’ve Been

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TESTO:

Well, she’s gone, dear,
Gone this morning…
Ow, see what a fool I’ve been.
Oh Lord, coochie cool
What a fool I’ve been…
Yes, I did it, too much

Didn’t leave me, me no letter
Didn’t leave no warning,
You, naughty thing, you.
Well, I guess I am to blame,
Oh Lord
I guess I’m all to blame.
See you later, sailor boy…

Child, right now you take it
Hope my little dog ain’t too hungry.
No, no, he just kept on barking.
The vicious thing
Just don’t seem the same, oh no no
It just, oh tantrums,
It don’t feel the same.
Ooh, see you later…

Now hit it like that
Coming on strong
Oh

Oh, well I got so lonely…
Went and told my neighbour,
She said “Ah mm mm mm”
Oh Lord, what a fool I’ve been…
And then she told me what to do,
She said “Go home”

Well she’s gone,
Gone this morning
See what a fool I’ve been,
Oh, Lord
What a fool I’ve been…
Thank you


TRADUZIONE:

Be’, se n’è andata, caro,
Se n’è andata stamattina…
Guarda che stupido che sono stato,
Oh Signore, ossessionato dalle donne
Che stupido che sono stato.
Si, lo sono stato, troppo

Non mi ha lasciato neanche una lettera
Non ha lasciato nessun avvertimento
Tu, cosa cattiva, tu
Be’, immagino sia colpa mia,
Oh Signore
Credo sia tutta colpa mia.
Ci vediamo dopo, marinaio…

Piccola, adesso prendi questo
Spero che il mio cagnolino non sia troppo affamato,
No, no, ha solo continuato ad abbaiare.
La cosa crudele non sembra la stessa,
Semplicemente, oh capricci,
non sembra la stessa.
A dopo…

Be’, mi sentivo così solo…
Sono andato a dirlo alla mia vicina,
Lei ha detto “Ah, mm mm mm”
Oh Signore, che stupido che sono stato…
Poi lei mi ha detto cosa fare
Mi ha detto “Vai a casa”

Be’, se n’è andata,
Se n’è andata stamattina.
Guarda che stupido che sono stato,
Oh Signore,
Che stupido che sono stato…
Grazie


Scritta da:

Brian May

Eseguita da:

  • Freddie Mercury – Voce
  • Brian May – Chitarra
  • John Deacon – Basso
  • Roger Taylor – Batteria

Buonasera a tutti!


Oggi vorrei presentarvi non un grande classico o un brano impegnato, ma l’ennesima di quelle che io chiamo “le perle sconosciute dei Queen”.
Si, sconosciute.
Perché, purtroppo, di questo straordinario e innovativo gruppo si conoscono quasi esclusivamente le mastodontiche, bellissime, ma super commerciali hit.
Questa canzone non è epica come “The Prophet’s Song”, né elettrizzante come “Death on Two Legs”, ma vi assicuro che, spiritosa com’è, resta comunque un gioiellino.
L’ho scoperta ieri mattina, dopo aver sfogliato un vecchio libro sui Queen di mio padre, e me ne sono innamorata subito.
C’è una cosa che la rende speciale… Se non l’avete mai ascoltata, vi consiglio di farlo, soprattutto se siete amanti del blues rock, e in particolare di una certa band di capelloni inglesi perennemente incazzati.
Ma perché?

Perché, rilasciata nel ’74 come lato B del singolo “Seven Seas of Rhye”, «questa canzone di May, musicalmente, sembra fare il verso ai Led Zeppelin» [Da “QUEEN – tutti i testi” di Alessandro Massara].
In effetti è proprio così: sembra di trovarsi di fronte ad una perfetta fusione tra Queen e Led Zeppelin.
Ve lo ripeto, non tratteremo di parole indimenticabili o riff che hanno fatto la storia.
Questo pezzo è così: sicuramente non il massimo dell’originalità, ma comunque squisito.

Ascoltiamo il brano in maniera globale.
Dietro alla palese influenza zeppeliniana, possiamo trovarne altre mille, di cui la prima che mi viene in mente è quella dei Cream, con la loro “Sitting on top of the World” (a sua volta ripresa da Howlin’ Wolf).
Fateci caso: quest’ultima, sicuramente meno leggiadra di See What a Fool I’ve Been, ne condivide tuttavia il groove lento e trascinato, oltre che parte delle parole.
La realtà è che Brian May compose la canzone dopo aver ascoltato “The Way I Feel”, dei bluesmen Sonny Terry e Brownie McGhee, ricordandone stralci di riff e, ancora una volta, alcune parole.

In effetti, quello del brano di oggi è un classico testo blues.
Scendiamo un po’ di più nel dettaglio.

Mi piace pensare al blues come al genere elegiaco dei giorni nostri. 

Nel contesto dell’antichità classica (Grecia e Roma), l’elegia era una poesia principalmente d’amore (sofferto o impossibile), dal carattere autobiografico, in cui l’autore, tormentato dal suo sentimento, si lamentava dei problemi che lo affliggevano.
Il blues, come dice la parola stessa, è nato per esprimere principalmente sentimenti di tristezza, ma non solo: anche rabbia, dolore, gelosia.
Alcuni temi e i motivi del blues mi ricordano molto quelli della poesia elegiaca (anche se il blues non disdegna temi come disoccupazione, dipendenze, povertà, violenza) ma, naturalmente, interpretati in chiave contemporanea.
Come l’elegia, il blues si basa, quindi, sulla forza dell’immedesimazione che esercita sull’ascoltatore/lettore.

Chiusa parentesi, torniamo alla nostra canzone!
Innanzitutto, non possiamo non parlare della maestosa voce di Freddie, qui assottigliata in una giocosa imitazione di quella di Robert Plant.
E forse “giocoso” è l’aggettivo che più si addice all’intero pezzo.

Well, she’s gone, dear,
Gone this morning…
Ow, see what a fool I’ve been.
Oh Lord, coochie cool
What a fool I’ve been…

Sulle tranquille e limpide note iniziali, il tono di Mercury non riflette nemmeno un po’ la tristezza delle parole da lui pronunciate, anzi, sembra volerle prendere in giro, cogliendo anche l’occasione per parodiare totalmente lo stile del frontman dei Led Zeppelin, a cominciare dal lessico e dall’accento con cui pronuncia le frasi Didn’t leave me me no letter – Didn’t leave no warning (Notare il riferimento a D’yer Mak’er e la ripetizione di me). Oppure ancora Child, right now you take it, passando poi per la varietà di urletti e sospiri tipici del biondo.
Il non ancora baffuto cantante riproduce volutamente il timbro sottile, ambrato ma al tempo stesso aspro, come un liquore, del Plant di Houses of the Holy (uscito nel ’73). Con un’ironia che non mi aspettavo, ne mette in ridicolo la caratteristica ed ostentata sensualità (non priva di ambiguità), così come, di tanto in tanto, l’aggressività stridente (un esempio è il modo in cui dice Oh Lord all’inizio oppure quell’Oh durante il primo assolo).
Non c’è niente da fare, ragazzi. Freddie che fa il seducente, imitando Riccioli d’Oro, fa troppo ridere.
Il culmine della parodia si ha, per me, con la frase: “See you later, sailor boy”. Stavo letteralmente morendo dalle risate.

E le similitudini con la band che ha dominato gli anni ’70 non finiscono qui; al minuto 0.23 la sezione ritmica fa il suo ingresso e scandisce un groove intenso e costante di stampo zeppeliniano, mentre la chitarra elettrica sostituisce quella acustica in un ardente riff alla Page, con tutti i suoi caratteristici fraseggi blues sparsi qua e là.
Insomma i Queen, pur non prendendosi sul serio, danno prova del loro smisurato talento, e risultano, così, irresistibili.
E divertentissimi.
Amanti del rock, prestate attenzione al minuto 1.12: voce e chitarra all’unisono riproducono le sonorità dei celebri duetti made by Robert Plant and Jimmy Page.

L’assolo che segue è appassionato ed energico, supportato da un’altrettanto energica evoluzione della batteria. E’ un fiume in piena di note che, nonostante emulino lo stile pentatonico di Jimmy, mantengono il sound classicheggiante di Brian.

Oh, well I got so lonely…
Went and told my neighbour,
She said “Ah mm mm mm”
Oh Lord, what a fool I’ve been…
And then she told me what to do,
She said “Go home”

Dopo l’assolo, Mercury prorompe in un vertiginoso grido: l’ultima imitazione della voce di Robert.
L’ultima perchè, da questo punto in poi, la canzone prende una piega diversa.
La voce, riacquistata la propria agile individualità, si tinge degli inconfondibili toni caldi e setosi di Freddie: ora è limpida, flessuosa, nobile, libera.

Un secondo assolo sembra voler riaffermare la vera identità del gruppo con esplosioni di batteria e intricate quanto aggressive evoluzioni di chitarra.
Quest’ultima, dopo un riff, segue di pari passo la voce, in un terzo duetto, per poi chiudere il pezzo con uno scanzonato fraseggio.

Bene, ragazzi miei… Se da un lato il brano mi ha fatto ridere, dall’altro mi ha fatto semplicemente innamorare.
Il mio obiettivo di oggi era quello di farvi conoscere (o, se già la conoscevate, di farvi analizzare) una delle tante, interessantissime, canzoni dei Queen che, purtroppo, sono finite nel dimenticatoio.
Che ne pensate voi? Fatemelo sapere, e se vi è piaciuta l’articolo, condividetelo dove volete e fatelo leggere ai vostri amici!

A presto!

Claudia Paesano

The Rolling Stones – Under My Thumb

aftermath

TESTO:

Under my thumb
The girl who once had me down
Under my thumb
The girl who once pushed me around
It’s down to me
The difference in the clothes she wears
Down to me, the change has come,
She’s under my thumb
Ain’t it the truth babe?

Under my thumb
The squirmin’ dog who’s just had her day
Under my thumb
A girl who has just changed her ways
It’s down to me, yes it is
The way she does just what she’s told
Down to me, the change has come
She’s under my thumb
Say it’s alright

Under my thumb
A siamese cat of a girl
Under my thumb
She’s the sweetest, hmmm, pet in the world
It’s down to me
The way she talks when she’s spoken to
Down to me, the change has come,
She’s under my thumb
Take it easy babe

It’s down to me, oh yeah
The way she talks when she’s spoken to
Down to me, the change has come,
She’s under my thumb
Yeah, it feels alright

Under my thumb
Her eyes are just kept to herself
Under my thumb, well I
I can still look at someone else
It’s down to me, oh that’s what I said
The way she talks when she’s spoken to
Down to me, the change has come,
She’s under my thumb
Say, it’s alright.
Say it’s all…
Say it’s all…
Take it easy, babe
Take it easy, babe
Feels alright
Take it, take it easy, babe.


TRADUZIONE:

La tengo in pugno
La ragazza che una volta mi dominava
La tengo in pugno
La ragazza che una volta era prepotente con me
Dipende da me
Quello che indossa
Dipende da me, il cambiamento è avvenuto
La tengo in pugno
Non è forse la verità, bimba?

Lo tengo in pugno
Il cane indisciplinato che ha avuto il suo momento
La tengo in pugno
Una ragazza che ha appena cambiato i suoi modi di fare
Dipende da me, si, è così,
Il modo in cui fa ciò che le si dice di fare
Dipende da me, il cambiamento è avvenuto
La tengo in pugno
Si, dì che va tutto bene

La tengo in pugno
Più un gatto siamese che una ragazza
La tengo in pugno
Lei è il più dolce animaletto domestico del mondo
Dipende da me
Il modo in cui parla quando le si rivolge la parola
Dipende da me, il cambiamento è avvenuto
La tengo in pugno
Rilassati, bimba

Dipende da me, si
Il modo in cui parla quando le si rivolge la parola
Dipende da me, il cambiamento è avvenuto
La tengo in pugno
Mi sento bene

La tengo in pugno
I suoi occhi sono fissi solo su se stessa
La tengo in pugno
Beh, io invece posso ancora guardare qualcun altro
Dipende da me, l’ho detto,
Il modo in cui parla quando le si rivolge la parola
Dipende da me, il cambiamento è avvenuto
La tengo in pugno


Scritta da:

Mick Jagger e Keith Richards

Eseguita da:

  •  Mick Jagger – Voce
  • Keith Richards – Chitarra elettrica
  • Brian Jones – Chitarra acustica,
    marimba (una specie di xilofono)
  • Bill Wyman – Basso
  • Charlie Watts – Batteria

Bentrovati, amanti del rock!

La canzone di cui voglio parlarvi oggi è “Under My Thumb”, contenuta nel settimo album, “Aftermath”, che le Pietre, ormai più miliari che Rotolanti, pubblicarono nel luglio 1966, esattamente cinquant’ anni fa. Molto probabilmente, fu ispirata dalla modella Chrissie Shrimpton dopo una frequentazione con il cantante della band.

Prima di cominciare vorrei fare una premessa: questa è una recensione un po’ diversa dalle altre.
Il motivo?
Per quanto ami con tutto il cuore i Rolling Stones, che rientrano a pieno titolo tra i miei gruppi preferiti, devo ammettere che non riesco ad ascoltare Under My Thumb, senza che quest’ultima mi trasmetta un certo senso di rabbia.
Inoltre, nonostante io sia a conoscenza del palese intento provocatorio del brano, non voglio rimanere indifferente.
Non è assolutamente mia intenzione sminuire la strameritata fama degli Stones con questo articolo, vorrei semplicemente condividere con voi le mie idee riguardo al pezzo in questione.

La canzone è passata alla storia non solo per il suo tanto elementare quanto intramontabile riff, ma anche per essere stata la colonna sonora dell’omicidio di Altamont, che contribuì a creare, nell’immaginario collettivo, l’associazione musica rock – violenza.
Gli ingenui Stones si stavano esibendo all’Altamont Free Concert nel 1969, come tante altre volte, ignari di ciò che sarebbe accaduto di lì a poco.
Forse il termine più adatto a definirli sarebbe “incoscienti”, piuttosto che “ingenui”.
Vi starete chiedendo il perché.
Ebbene, Mick e compagni avevano ingaggiato come servizio “sicurezza” gli Hells Angels*.
Risultato?
Proprio durante il finale di Under My Thumb, scoppiò una feroce rissa tra il pubblico e i raccomandabilissimi riders, conclusasi con l’accoltellamento mortale del giovane Meredith Hunter (a seguito dell’estrazione di un’arma da fuoco da parte di quest’ultimo) ad opera dell’ Hells Angel Alan Passaro.

Ma, curiosità a parte, andiamo ad analizzare il brano.
L’essenziale e pacata melodia di marimba ne scandisce non solo l’inzio, ma l’intera durata, fino alla sua conclusione, risultando, così, leggermente monotona. Fa da sfondo alla decisa voce di Jagger:

[…] La tengo in pugno
La ragazza che una volta mi dominava
La tengo in pugno
La ragazza che una volta era prepotente con me […]

La chitarra si limita a tenere un ritmo rilassato, al quale corrisponde un altrettanto rilassato Jagger che, con tutta la nonchalance del mondo, pronuncia parole davvero discutibili, le quali, come si può facilmente immaginare, scatenarono lo sdegno e le proteste delle femministe degli anni ’60, e che, inoltre, contrastano aspramente con la spensierata morbidezza delle note.
Il cantante paragona più volte la ragazza ad un animale domestico,

[…] Lo tengo in pugno
Il cane indisciplinato che ha avuto il suo momento […]
Più un gatto siamese che una ragazza
La tengo in pugno
Lei è il più dolce animaletto domestico del mondo […]

e insiste nell’affermare che è lui a decidere come la giovane si debba vestire o addirittura come debba parlare. Personalmente, trovo queste ultime cose piuttosto inquietanti. Ricordano i tanti casi di violenza che vedono la donna completamente sottomessa e manipolata psicologicamente dall’uomo. Oggi (2022) sono persino diventati un trend di cui ragazzine sempre più in tenera età si vantano su Tik Tok.

[…] Dipende da me quello che indossa […]
[…] Dipende da me il modo in cui fa ciò che le si dice di fare […]

[…] Dipende da me il modo in cui parla quando le si rivolge la parola […]

La quasi ossessiva ripetizione di under my thumb sta a sottolineare il controllo totale che il frontman esercita sulla ragazza.

Si tratta davvero di misoginia?
Mick si difese dalle accuse di maschilismo in un’intervista del 1984, dicendo (cito testualmente): “The whole idea was that I was under HER, SHE was kicking ME around. So the whole idea is absurd, all I did was turn the tables around. So women took that to be against femininity where in reality it was trying to ‘get back’ against being a repressed male.”

Non so come la pensate voi, ma per me questa non è una giustificazione.
Non stiamo parlando del classico brano che ha per protagonisti un cuore spezzato e la rabbia, il disprezzo e la delusione vomitati addosso a chi l’ha spezzato. Qui si va oltre.
Pensate agli scritti dei primissimi Led Zeppelin, come Your Time Is Gonna Come, Dazed And Confused, How Many More Times, Since I’ve Been Loving You, Black Dog, ecc (la lista è lunga)…
Attinti a piene mani da vecchi brani blues, e pur essendo estremamente semplici, questi testi raccontano di sentimenti genuini;
inveiscono, anche aspramente, contro la donna senz’anima di turno, dicendone di tutti i colori, ma sempre mantenendo la parità tra i ruoli, restando nei limiti. Qui i limiti vengono scavalcati.
Sappiamo che Under My Thumb non è né la prima né l’ultima canzone misogina scritta nella storia.

A questo proposito, concedetemi una piccola digressione.
Vorrei soffermarmi un po’ sulla figura che la donna ha assunto nel rock, con il tempo.
Sicuramente starete pensando alla donna intesa come “musa ispiratrice” (per usare un eufemismo), e magari non alla donna come protagonista attiva del panorama musicale.
Vi sarà venuta in mente una Pamela Des Barres, piuttosto che una Grace Slick.
Per intenderci, una groupie, piuttosto che una musicista.
Questo perché, per motivi storici che hanno visto le donne controllate e represse, chiuse in casa, al massimo impegnate nelle faccende domestiche e non nelle proprie passioni, il sesso femminile ancora non incarna la figura del musicista nell’immaginario collettivo, bensì viene percepito come una sorta di “accompagnamento” del musicista uomo.

E’ questo il punto, lasciate che vi faccia un esempio. E magari anche un paragone con la canzone di oggi.
Rag Doll” degli Aerosmith fa al caso nostro.
La band, infatti, ci propone un abbagliate e patinato rock anni ’80 dalle sonorità irresistibili, che ci proietta direttamente tra le luci di Hollywood.
Ma prestiamo attenzione all’ammiccante e graffiata voce di Steven Tyler:

[…] I’m feelin’ like a bad boy, just like a bad boy
I’m rippin’ up a Rag Doll, like throwin’ away an old toy […]

Sono queste le frasi più rilevanti dell’intero brano che, purtroppo, ci offre la solita minestra trita e ritrita: la donna ridotta ad un mero oggetto sessuale.
Una bambola di pezza da stracciare e poi gettare via come un giocattolo vecchio che ormai non serve più.
Come se non bastasse, il testo presenta un crollo verticale nel cattivo gusto più totale con queste parole:

[…] Old tin lizzy, do it till you’re dizzy
Give it all ya got until you’re put out of your misery
Rag Doll livin’ in a movie
Hot tramp, Daddy’s little cutie
You’re so fine, they’ll never see ya leavin’ by the back door, ma’m
Hot time get it while it’s easy
Don’t mind, come on up and see me
Rag Doll, baby, won’t ya do me like you done before?
Yes I’m movin’
Get ready for the big time […]

Lui vuole approfittarsi di Lei mentre è ubriaca, o sotto effetto di sostanze, o comunque, non in sé (to be dizzy = avere le vertigini).
Oltre che sugli squallidi nomignoli sessisti (hot tramp = puttanella), soffermiamoci sul fatto che la violenza descritta in questa canzone viene totalmente normalizzata.

Sia nel testo grossolano di Rag Doll, che in quello, ammettiamolo, esagerato di Under My Thumb, il rispetto verso la donna viene calpestato senza esitazione, insieme alla stessa concezione della sua figura, seppur in modi diversi; differenza espressa già solo dagli epiteti attribuiti alla giovane.
Se nel primo pezzo, Steven definisce Lei una “bambola di pezza”, un oggetto inanimato con cui giocare quando è annoiato, Mick la vede invece come un animale da addomesticare.

Secondo voi cos’è peggio?

Come leggiamo in Under My Thumb, infatti, la ragazza viene completamente sottomessa e posta, rispetto all’uomo, su un piano di inferiorità che tocca il fondo, per l’appunto, con il paragone con un animale da compagnia di proprietà del padrone: she’s the sweetest pet in the world.
Lui arriva ad annientarla psicologicamente, sopprimendo la sua personalità, rimanendo poi soddisfatto di aver messo in riga il “cane indisciplinato” e di averlo trasformato in un inoffensivo e grazioso Siamese.

Salvo qualche timido fraseggio e un modesto accenno di assolo, la chitarra rimane per lo più lineare, e il nostro cavaliere, non contento, ribadisce la disparità del rapporto fra i due: her eyes are just kept to herself, well, I can still look at someone else.
Afferma che, mentre lei è obbligata ad essergli fedele, lui invece è libero di “guardare” anche altre persone.

Beh, che dire… Non possiamo sapere se gli autori della canzone abbiano tenuto effettivamente un comportamento del genere nella realtà. Di certo si tratta di una pesante provocazione, di una ricerca di rottura con un mondo troppo ipocrita e “buonista”. Sicuramente l’intento degli autori era proprio quello di scandalizzare, com’è tipico del rock. Ma secondo me, in ogni caso, il testo rimane uno scivolone. Che, oltretutto, contrasta con il messaggio di libertà, di parità e di ribellione alle rigide regole sociali che il rock veicolava.

Lasciatemi ripetere ancora una volta che il mio obiettivo non era demolire dei mostri sacri (che adoro alla follia), ma presentarvi un pezzo che, a mio avviso, solleva ancora oggi tante polemiche.

E voi? Cosa ne pensate?
Fatemelo sapere e, se vi è piaciuta la recensione, condividetela dove volete 🙂

Claudia Paesano

*Nome abbreviato di “Hells Angels Motorcycle Club”, che sta ad indicare un’associazione motociclistica e organizzazione criminale nata negli Stati Uniti alla fine degli anni ’40. Un gruppo di reduci della seconda Guerra Mondiale decise di non tornare alla normale vita quotidiana ma, piuttosto, di dedicarsi a risse e viaggi a bordo delle inseparabili Harley Davidson. Il loro comportamento sfociava spesso nell’illegalità.

Negli anni ’60, i feroci centauri scandalizzarono l’opinione pubblica per la loro dedizione al pericolo, alla violenza e all’alcool, nonché per le idee politiche pro–Guerra del Vietnam e le loro inclinazioni ai movimenti di estrema destra.

Giusto per fare un esempio:
Nel 1965, durante una manifestazione pacifista contro la guerra del Vietnam, gli Hells Angels caricarono il corteo in segno di solidarietà verso i soldati americani.

Dire Straits – Sultans of Swing

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TESTO:

You get a shiver in the dark,
It’s a raining in the park but meantime
South of the river you stop and you hold everything
A band is blowing Dixie*, double four time
You feel alright when you hear that music ring

You step inside but you don’t see too many faces
Coming in out of the rain to hear the jazz go down
Competition in all the places

Uh, but the horns they’re blowing that sound
Way on downsouth
Way on downsouth London town

Check out Guitar George, he knows all the chords
Mind he’s strictly rhythm, he doesn’t want to make it cry or sing
They said an old guitar is all he can afford
When he gets up under the lights to play his thing

And Harry doesn’t mind if he doesn’t make the scene
He’s got a daytime job, he’s doing alright
He can play honky tonk like anything
Saving it up for Friday night
With the Sultans
With the Sultans of Swing

Then a crowd of young boys they’re fooling around in the corner
Drunk and dressed in their best brown baggies and their platform soles
They don’t give a damn about any trumpet playing band
It ain’t what they call rock and roll
And the Sultans
Yeah, the Sultans play creole

And then the man he steps right up to the microphone
And says at last just as the time bell rings
Goodnight! Now it’s time to go home”
A
nd he makes it fast with one more thing
We are the Sultans,
We are the Sultans of Swing”


TRADUZIONE:

Avverti un brivido nell’oscurità
Sta piovendo nel parco, ma nel frattempo
Ti fermi a Sud del fiume e trattieni tutto.
Una band sta suonando un Dixie* al tempo di quattro quarti
E ti senti bene quando ascolti il suono di quella musica.

Entri, ma non vedi molti volti sottrarsi alla pioggia
Per ascoltare la musica jazz che stanno suonando.
Competizione ovunque,
Ma i corni stanno diffondendo quel suono
A Sud
A Sud di Londra.

Guarda “Guitar George”, lui conosce tutti gli accordi
Fai attenzione, lui è rigorosamente ritmo,
Non vuole farla piangere o cantare.
Dicono che una vecchia chitarra sia tutto ciò che ha da offrire
Quando si alza sotto le luci per suonare.

E ad Harry non importa se non fa scena
Ha un lavoro giornaliero e gli va bene così.
Può suonare l’honky tonk come qualsiasi altra cosa
riservandolo per il venerdì sera
Quando è con i Sultani,
I Sultani dello Swing.

E una folla di ragazzi sta cazzeggiando nell’angolo
Ubriachi e vestiti con i migliori pantaloni larghi marroni
e con le suole piatte
E non gliene frega di qualsiasi gruppo che suoni la tromba,
Non è ciò che chiamano rock and roll.
E i Sultani
I Sultani suonano creole.

E poi l’uomo va dritto al microfono
E dice, mentre suona la campanella
“Buonanotte! Adesso è ora di andare a casa”
E si affretta ad aggiungere un’ultima cosa:
“Noi siamo i Sultani,
Siamo i Sultani dello Swing”.


Scritta da:

Mark Knopfler

Eseguita da:

  • Mark Knopfler – Voce, chitarra solista
  • David Knopfler – Chitarra ritmica
  • John Illsley – Basso
  • David “Pick” Withers – Batteria

Dedicata a David.

Ciao a tutti!

La canzone di oggi è stata suggerita da Camilla, e si dice che narri un episodio realmente vissuto da Mark Knopfler.
Sultans of Swing, pubblicata per la prima volta nel 1978 come singolo d’esordio dei Dire Straits, compare anche come sesta traccia del primo, omonimo, album della band. Se dovessi assegnarle un colore, sarebbe il verde.

Il pezzo si apre con un preludio dalla delicata intensità, senza una sbavatura della chitarra, in pieno, unico e personalissimo, stile Straits: è sognante e movimentato da una batteria leggera ma sostenuta, abbastanza veloce, che si manterrà costante per tutta la durata del brano.
Pochi secondi dopo, l’entrata della voce sfumata di folk del cantante.
E’ notte e fa freddo: sta piovendo a Sud di Londra. L’atmosfera uggiosa sembra pervaderci, ma una speranza c’è: la musica. La musica come rifugio. Ci sentiamo meglio appena ne avvertiamo il suono.

“You feel alright when you hear that music ring”

Proviene da un locale.
Senza indugiare, entriamo. Non ci sono molte persone.

“Competition in all the places
Uh, but the horns they’re blowing that sound”

Un triste pensiero fulmineo ci attraversa la mente. Ma il suono che sentiamo è più importante. Ci cattura. Ci fa dimenticare l’amarezza. Ci trascina lontano: è irresistibile.
Trovo che questa frase sia una delle più belle dell’intera canzone, poiché esprime tutta la potenza salvifica della musica.

Il gruppo che si sta esibendo cattura la nostra attenzione. Ne riconosciamo due membri: “guitar George” e Harry.
Si tratta di George Young, fratello maggiore di Angus e Malcom Young (AC/DC), e di Harry Vanda. Nella realtà, sia George che Harry suonavano la chitarra in un complesso chiamato The Easybeats.
Ma torniamo alla nostra storia…
Il primo dei due, nonostante sia un musicista competente, è completamente disilluso, svogliato. Non vuole far piangere o cantare la sua chitarra, e si limita, così, a portare il ritmo con il suo strumento consumato dal tempo.
Sappiamo che anche il secondo è un buon musicista versatile, ma ostenta un atteggiamento distaccato e quasi noncurante. Non gli interessa fare scena per attirare l’attenzione. Rimane nell’ombra: sa suonare qualsiasi genere, ma per lui la musica è solo un hobby, o magari un piccolo sfogo da riservare al venerdì sera.
Un gruppo di ragazzi ubriachi completa il quadro come una macchia su uno straccio vecchio. A loro non interessa una band in cui sia presente una tromba, una band che suona jazz o creole (un particolare tipo di jazz diffuso a New Orleans), non è abbastanza rock and roll per loro.

Ecco una piccola chicca: avete mai sentito parlare di Alan Freed?
Nei primi anni ’50 coniò e diffuse, grazie alla sua radio, l’espressione “Rock and Roll”. Pochi sanno che quello stesso Alan Freed, anni prima, suonava il trombone in un gruppo chiamato proprio… Sultans of Swing.

Ho personalmente adorato la citazione a questo personaggio semisconosciuto, così come ho trovato interessante il riferimento, nel brano, a ben tre diversi tipi di jazz: lo swing, il dixieland* e il creole.

Ma passiamo, ora, a commentare la parte strumentale.
Gli intermezzi tra una strofa e l’altra sono semplicemente iconici, indimenticabili.
Il tocco morbido di Knopfler ci culla verso una dimensione sospesa, impalpabile, malinconica, con la sua inconfondibile precisione. Possiamo notarlo soprattutto dall’assolo, che definirei limpido. In questa canzone tutto è gentile, tenue, ma velato di tristezza: a partire dai cori, per finire alle percussioni.
Il basso è estremamente distinguibile e completa il sound del pezzo, donandogli profondità. Funge da appoggio alla chitarra in clean di Mark, costituendone quasi l’alter ego. La batteria di Pick Withers segue un pattern molto particolare, dal groove sottile, che fa del charleston e dei suoni metallici in generale il proprio tratto distintivo, contribuendo a tinteggiare di nostalgica delicatezza l’intera canzone. Non è una batteria che vuole emergere, primeggiare, sfondare le casse. E’ piuttosto una batteria elegante che anima il pezzo con il proprio rigore ritmico sempre costante, fondendosi perfettamente con le linee melodiche.

La parte della storia che preferisco è quella finale: avvertiamo, nel locale, una campanella che segna il tempo scaduto (onomatopea riprodotta dalla batteria di Withers). Un membro della band si avvicina velocemente al microfono per augurare la buonanotte al pubblico, e poi si affretta ad aggiungere il nome del complesso: Sultans of Swing. In questo punto del brano, le parole della splendida voce di Knopfler vengono sottolineate dalla base che incalza lievemente, trasmettendo all’ascoltatore una sensazione di attesa che trova la sua risoluzione nell’assolo finale.

L’assolo conclusivo è più movimentato rispetto al resto della canzone: unisce la tecnica pulita e la dolce razionalità di Mark in una cascata di note trasparenti.

Claudia Paesano

*Dixie sta per “Dixieland”, un singolare modo di suonare il jazz tipico dei bianchi di New Orleans.

Cream – Anyone For Tennis

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TESTO:

Twice upon a time in the valley of the tears
The auctioneer is bidding for a box of fading years,
And the elephants are dancing on the graves of squealing mice…
Anyone for tennis, wouldn’t that be nice?

And the ice creams are all melting on the streets of bloody beer
While the beggars stain the pavements with flourescent Christmas cheers
And the Bentley driving guru is putting up his price…

Anyone for tennis, wouldn’t that be nice?

And the prophets in the boutiques give out messages of hope
With jingle bells and fairy tales and blind colliding scopes
And you can tell they’re all the same underneath the pretty lies…
Anyone for tennis, wouldn’t that be nice?

The yellow Buddhist monk is burning brightly at the zoo*,
You can bring a bowl of rice and then a glass of water too
And fate is setting up the chessboard while death rolls out the dice…
Anyone for tennis, wouldn’t that be nice? 

          


                                                                                                                                                    

TRADUZIONE:

C’era due volte nella valle delle lacrime
Il banditore sta facendo un’offerta per una scatola di anni che si dissolvono
E gli elefanti stanno danzando sulle tombe di topi che strillano…
Non sarebbe bello qualcuno per giocare a tennis?

E i gelati si stanno sciogliendo tutti
sulle strade della sanguinosa\ maledetta birra
Mentre i mendicanti macchiano i marciapiedi con auguri di Natale fluorescenti
E il guru al volante della Bentley sta aumentando il suo prezzo…
Non sarebbe bello qualcuno per giocare a tennis?

E i profeti nei negozi diffondono messaggi di speranza
con canzoncine e fiabe e prospettive cieche che si scontrano tra loro
E puoi dire che sono tutti uguali sotto le graziose bugie…
Non sarebbe bello qualcuno per giocare a tennis?

Il monaco buddhista giallo sta bruciando, brillante, allo zoo*,
gli puoi portare una ciotola di riso e magari anche un bicchiere d’acqua
E il fato sta impostando la scacchiera, mentre la morte lancia i dadi…
Non sarebbe bello qualcuno per giocare a tennis?

                                                                                       


                                                                                    

Scritta da:

Eric Clapton e Martin Sharp

Eseguita da:

  • Eric Clapton – Voce, chitarre
  • Jack Bruce – Basso
  • Ginger Baker – Percussioni
  • (Il mitico) Felix Pappalardi – Viola

Ciao a tutti!

Come prima canzone da proporvi ho scelto “Anyone For Tennis”, dei Cream, poco conosciuta, ma che molti amano alla follia.
Rilasciata nel maggio 1968 come singolo, compare un anno dopo nel quarto e ultimo album della band, “Goodbye”.

Già dai primi secondi della canzone veniamo calati in un’atmosfera ovattata, dove la chitarra acustica segue uno schema semplice: non si lascia andare a virtuosismi ma segue il ritmo ipnotico scandito dalle percussioni. Il tutto è accompagnato dalle sonorità insolenti di una viola.
Protagonista indiscussa del pezzo è la voce rassicurante del chitarrista Eric Clapton, poiché l’attenzione di chi ascolta vuole essere diretta proprio alle sue parole.
Infatti, con la stessa facilità con cui il loro suono pacato si mimetizza con la serenità della melodia, così il loro significato stride con la spensieratezza della base musicale.
Il testo si apre con un inquietante gioco di parole: twice upon a time, da once upon a time (c’era una volta), come a voler storpiare e al tempo stesso imitare le candide fiabe delle nostre tradizioni. E siamo subito catapultati nella “valle delle lacrime”, dove facciamo la conoscenza dell’inquietante figura del banditore d’asta che, paradossalmente, propone, con l’intento di truffarci, offerte immateriali invece di riceverle, e il mondo confuso e senza speranza che Clapton descrive non ha nulla a che vedere con le storie con le quali siamo cresciuti.
Spero che anche voi, come me, adoriate la frase “and the ice creams are all melting on the streets of bloody beer”, metafora diretta ed efficace che vuole sottolineare la progressiva perdita di positività e innocenza della nostra società.
Le parole aspre di Eric sono venate di sarcasmo ed evocano crude immagini di inganni e violenza, denunciando una società omologata e facilmente raggirabile, in cui le nostre menti e vite sono manipolate da chi ci propina ideologie cieche mascherate, con falsità, da fiabe e canzoni natalizie. E alla fine possiamo dire che sono tutte uguali.

E nemmeno l’estremo ha più un valore. La provocazione ironica a portare riso e acqua al monaco avvolto dalle fiamme denuncia la superficialità dell’uomo con una dicotomia tra chi si sacrifica per un ideale e chi invece resta indifferente, passivo.
Provocatoria è soprattutto la domanda che ricorre alla fine di ogni strofa e che dà anche il titolo al brano:

Anyone for tennis, wouldn’t that be nice?

E’ una sfida a non dare importanza ai veri problemi che ci circondano; è una sfida a continuare a rimanere imbambolati di fronte a chi, come il banditore o i profeti, ci promette astrazioni e belle bugie in cambio di costi alti; è una sfida a continuare a rimanere indifferenti a tutto, ad esempio, davanti ai senzatetto che muoiono per le strade, anche questi citati nel pezzo.
La canzone si conclude con la personificazione di due figure incorporee, il fato e la morte, che vuole far riflettere sulla caducità delle nostre vite in un modo al quale, forse, i Doors si sono ispirati per il finale della loro “Roadhouse Blues” (1970).
Per finire, possiamo sintetizzare la canzone in un vero e proprio inno alla lotta, in un invito a modificare il  sistema dannato in cui siamo invischiati.
Non la trovate straordinaria? Non dimentichiamo che è stata scritta quasi cinquant’anni fa ed è ancora perfettamente attuale!
Beh, che dire… I Cream sono sempre i Cream! E voi che ne pensate? Avete altre interpretazioni? Fatemelo sapere!

Claudia Paesano

*Probabilmente si riferisce al celebre e tragico episodio della crisi del Vietnam in cui, nel giugno del 1963, un monaco buddhista vietnamita si fece dare fuoco davanti agli occhi sconvolti dei poliziotti, in un terribile gesto di protesta contro il presidente del Vietnam del Sud e la sua politica di oppressione della religione buddhista.