Ami il rock e vuoi scoprire un nuovo artista, magari una band emergente, ma non sa da dove iniziare… Ma soo qui per questo, ovviamente!
Oggi parliamo dei Blue Rumble e del loro omonimo album d’esordio, uscito nel 2022. Il gruppo è interessantissimo, tra le altre cose, per la sua multinazionalità. Infatti, per registrare questo disco a distanza, i membri, che si sono conosciuti tre anni prima sui social, hanno sconfitto chilometri e chilometri, perché sono sparsi per quattro Paesi e tre continenti. Blue Rumble mi è stato inviato dal chitarrista del gruppo, Andrea Gelardini. La copertina è davvero bella, con protagonista assoluta una gazza australiana su un ramo, circondata da foglie e fiori. Trasmette un senso di mistero e di malinconia e, al tempo stesso di sacralità; è affascinante come un sigillo norreno. Ovviamente il colore blu la fa da padrone. Già da questa immagine possiamo avere un’idea di cosa andremo ad ascoltare: un’interpretazione moderna dell’estetica hippie.
Mood Sixties/Seventies. Musicalmente parlando, l’album soddisfa tutte le aspettative. La sua particolarità è che è interamente strumentale, ma non si avverte mai la mancanza di una voce. E’ un percorso attraverso nove tracce molto varie tra loro e all’ interno di ognuna, che però marcano un sound ben riconoscibile. Si passa da ballad più sofferte come Occhio E Croce a pezzi che ti attraversano come una scarica elettrica: vedi The Snake. Ma che genere è? E’ un rock elegante che tocca sonorità blues, hard, psichedeliche e progressive. Ascoltando l’album si ha l’impressione che il gruppo non abbia paura di mostrare le proprie influenze, che spaziano dai Led Zeppelin, ai Pink Floyd, passando per molti altri ancora. Ad esempio, Cosmopolitan Landscape è un blues malinconico e riflessivo, che a tratti ricorda le sonorità liquide dei Doors. Sembra di vedere il profilo di una città di notte, con tutti i suoi grattacieli, taxi, persone e luci, riflesso in una pozzanghera dopo un giorno di pioggia.
Già dalle prime note di God Knows I Shoulda Been Gone si riconosce la qualità di questi musicisti. Perfettamente affiatati, si percepisce, nell’ascolto, quanto si siano divertiti e quanta passione abbiano impiegato nella realizzazione di questo prodotto. Si rimane colpiti da ognuno di loro per motivi diversi. La chitarra è molto molto bella, con il suo suono limpido, sognante e sferzante. In certi momenti si sente forte e chiara l’influenza del mio amato Jimmy Page.
In generale, il basso colpisce in modo particolare. Fondamentale per il sound della band e sempre ben distinguibile per tutta la durata dell’album, ha dei momenti in cui è protagonista. Think for Yourself è una canzone che scuote e, ad esempio, ci sorprende con un assolo di basso davvero forte, che cattura l’orecchio e dura abbastanza a lungo da riscattare tutti i bassisti della Storia che sono rimasti nell’ombra. Per quanto riguarda l’organo, mi ha conquistata con il suo sound energico e tipicamente sixties; impossibile da ignorare, incendia i brani uno dopo l’altro, non poteva essere più indovinato di così. Oscilla tra la psichedelia più totale e il progressive più puro. Cup O’ Rosie inizia con un groove alla batteria di palese stampo zeppeliniano, caratteristica che ritroviamo anche in altri pezzi: è un meraviglioso omaggio a John Bonham e a The Ocean. La chicca è che entrambi i brani presentano, oltre al groove, un’intro in cui sentiamo la voce del batterista. La canzone dei Blue Rumble è così travolgente che è impossibile non seguirne il ritmo con il piede, la mano o muovendo la testa. Harry Silvers è un tuono, ed anche vedendolo all’opera, è impossibile non pensare a Bonzo, sia per fisicità che per stile e potenza di suono.
Le idee non mancano di certo a questo gruppo, l’album è veramente ben scritto. Blue Rumble non ha un sound particolarmente “sporco” ed è aggressivo il giusto. Mai volgare, mai eccessivo e a tratti molto melodico. Promosso? Sì! Quindi consigliatissimo.
E tu già li conoscevi? Già li hai ascoltati? Fammelo sapere con un commento qui sotto!
Si può suonare la voce? Secondo Demetrio Stratos sì!
Stiamo parlando del cantante e frontman degli Area, una delle più grandi band di progressive rock italiano. Demetrio apparteneva a un filone molto in voga negli anni settanta: quello delle sperimentazioni vocali. Dalla fine degli anni ’60, infatti, si era diffusa la pratica della vocal performance art: numerosi cantanti compivano dei veri e propri esperimenti volti alla de-soggettivazione della voce e al superamento dei limiti del corpo.
Per approfondire questo argomento, consiglio il manuale “The 21st-Century Voice”, di Michael Edgerton: contiene numerosi esercizi, tecniche di respirazione yoga e molto altro per spingersi nei territori estremi della “voce estesa”, detta anche “extra-normal voice“. Come dice Michela Garda nel suo saggio Arcipelago Voce, “Tutte le arti, comprese quelle della voce, costeggiano sempre più da vicino i territori del disturbante, del disgustoso, dell’estremo, del compulsivo. Ciò non significa che ne siano l’espressione immediata. La voce è anche un medium, che al contempo incorpora e media significati simbolici ed espressivi.”
La tendenza alla depersonalizzazione (fenomeno manifestato anche nell’ambito rituale di numerose religioni del mondo) amplia gli orizzonti della dimensione vocale contemporanea, e mette in discussione gli ordini e le gerarchie su cui si sono costruite e basate per secoli le società, mirando a destabilizzarle: parliamo soprattutto di dicotomie come quella tra animale/uomo, natura/cultura, uomo/donna, ecc.
Tra i maggiori esponenti di questa corrente di sperimentazioni troviamo, ad esempio, Joan La Barbara, David Moss, Meredith Monk e il nostro Stratos. Dal pop/rock dei “Ribelli”, di cui era frontman, passa al rock progressivo più innovativo e sperimentale con i già citati Area. Vocalist eccezionale, il suo stile di canto era selvaggio e libero, vertiginoso come una montagna russa. Non si faceva problemi a giocare con la voce come non faceva nessun altro. La voce a briglia sciolta, agile, senza alcun freno.
Studioso di etnomusicologia, Demetrio è stato un pioniere della ricerca sulle tecniche di vocalizzazione di altre culture e tradizioni, ambito molto esplorato dalla vocal performance art. Praticava ad esempio, la manipolazione della voce con le mani, tecnica utilizzata da donne sciamane in Africa. Oppure, era tipica di Stratos la realizzazione di vocalizzi multifonici, diplofonie. Recuperando una tecnica vocale dei monaci tibetani, realizzava l’impensabile: cantava più suoni CONTEMPORANEAMENTE, spesso la voce vettoriale più due armonici, formando, così, un accordo (come lui stesso spiega).
Il suo obiettivo era portare la voce all’estremo, spingerla oltre i limiti dell’umano.
Se ascoltiamo, ad esempio, “Flautofonie“, notiamo come riuscisse a riprodurre perfettamente con la voce il suono di un flauto, riprendendo una tecnica molto diffusa in Mongolia.
Un altro obiettivo di Demetrio Stratos era quello di desoggettivizzare la voce, renderla irriconoscibile, slegarla, liberarla dalla dimensione irripetibile della persona. E per farlo utilizzava uno stratagemma molto interessante: abbandonare la parola, superare la parola. Come lui stesso affermò in un’intervista con Massimo Villa:
“Il problema è abolire la parola. Noi, quando si canta in questa direzione qui non crediamo tanto alla parola. Vogliamo abolirla, perché la parola ci incastra, ci schiavizza all’interno di un discorso stilistico. Noi non crediamo nello stile. Quindi si cerca di abolire la parola che è un secondo segnale della realtà. Non è la realtà, l’unica realtà, la parola. […] Qui si fanno esperimenti sul limite del linguaggio. […] Siamo in cinque miliardi che utilizziamo la voce, non la utilizziamo molto bene. Siccome non la conosciamo, si può scoprire; qui il tipo di sperimentazione che noi proponiamo è scoprire che non è tornare indietro, né cercare di riagganciarsi a una situazione di civiltà bianca o negativa, ma di scoprire quali sono i limiti del linguaggio oggi, nella nostra società.”
Per “Le Sirene” Stratos prese ispirazione dai vocalizzi della figlia piccola, che stava appena iniziando a parlare. L’effetto è straniante. Il suono è molto enigmatico ed inquietante, e colpisce diritto allo stomaco. Questo effetto è dovuto non soltanto ai suoni sconcertanti e impossibili da ricondurre a qualcosa di conosciuto, ma anche alla sovrapposizione di più linee vocali che seguono ritmi diversi. Trovo geniale questa traccia: una reinterpretazione originale e sorprendente del canto delle sirene, di un linguaggio indecifrabile che sembra provenire da un altro mondo.
Appare, quindi, evidente, come la sua ricerca sia volta alla riscoperta delle possibilità fonatorie trascurate durante il processo di apprendimento delle lingue naturali e dei diversi stili di canto.
Per chi fosse interessato ad ascoltare Stratos spiegare le proprie ricerche e la visione che aveva della voce, consiglio un bellissimo video/documentario che si può trovare su YouTube: “Suonare la voce”.
E tu conoscevi le sperimentazioni vocali degli anni Settanta?
I stood alone upon the highest cliff-top, looked down, around, and all that I could see were those that I would dearly love to share with crashing on quite blindly to the sea. I tried to ask what game this was, but knew I would not play it: the voice, as one, as no-one, came to me:
“We have looked up on the heroes and they are found wanting; we have looked hard across the land, but we can see no dawn; we have now dared to sear the sky, but we are still bleeding; we are drawing near to the cliffs, now we can hear the call. The clouds are piled in mountain-shapes, there is no escape except to go forward. Don’t ask us for an answer now, it’s far too late to bow to that convention. What course is there left but to die?
We have looked up on the High Kings, found them less than mortals: their names are dust before the just march of our young, new law. Minds stumbling strong, we hurtle on into the dark portal; No-one can halt our final vault into the unknown maw. And as the Elders beat their brows they know that it’s really far too late now to stop us. For if the sky is seeded death what is the point in catching breath? – Expel it. What cause is there left but to die in search of something we’re not quite sure of?”
What cause is there left but to die? What cause is there left but to die? What cause is there left but to die? I really don’t know why…
I know our ends may be soon but why do you make them sooner? Time may finally prove only the living move her and no life lies in the quicksand.
Yes, I know it’s Out of control, out of control: Greasy machinery slides on the rails, Young minds and bodies on steel pikes impaled… Cogs tearing bones, cogs tearing bones; Iron-throated monsters are forcing the screams, Mind and machinery box-press the dreams.
But there still is time…
Cowards are they who run today, the fight is beginning… no war with knives, fight with our lives, lemmings can teach nothing; death offers no hope, we must grope for the unknown answer: unite our blood, abate the flood, avert the disaster… There’s other ways than screaming in the mob: that makes us merely cogs of hatred. Look to the why and where we are, look to yourselves and the stars and in the end What chance is there left but to live in the hope of saving our children’s children’s little ones?
What choice is there left but to live? What choice is there left but to live? What choice is there left but to live? To save the little ones?
What choice is there left but to try?
What choice is there left but to try?
What choice is there left but to try?
TRADUZIONE:
Stavo in piedi da solo sulla cima della scogliera più alta…
Guardai giù, intorno, e tutto ciò che riuscivo a vedere
erano quelli con cui avrei tanto voluto condividere
continuare a schiantarsi ciecamente nel mare.
Ho provato a chiedere che gioco fosse,
ma sapevo che non ci avrei giocato:
la voce, come una, come nessuna, mi arrivò.
“Abbiamo cercato gli eroi,
ma abbiamo scoperto che sono scomparsi.
Abbiamo cercato con impegno per tutta la terra,
ma non vediamo l’alba (una via d’uscita).
Ora abbiamo osato bruciare il cielo,
ma stiamo ancora sanguinando:
ci stiamo avvicinando alle scogliere,
ora sentiamo il richiamo.
Le nuvole sono impilate a forma di montagne.
Non c’è scampo se non andare avanti.
Ora non chiederci una risposta.
È davvero troppo tardi per inchinarsi a quella consuetudine.
Quale strada è rimasta, a parte morire?
Abbiamo cercato i Grandi Re,
e li abbiamo trovati meno che mortali.
I loro nomi sono polvere
innanzi alla marcia della nostra giovane, nuova legge.
Le menti inciampano rovinosamente,
continuiamo a precipitare nell’oscuro portale.
Nessuno può fermare il nostro volteggio finale verso le fauci sconosciute.
E mentre gli anziani si battono la fronte,
sanno che è davvero troppo tardi per fermarci adesso.
Poiché, se il cielo è seminato di morte,
che senso ha prendere fiato?
Buttalo fuori.
Quale ragione è rimasta, eccetto morire, in cerca di qualcosa di cui non siamo affatto sicuri?”
Quale ragione è rimasta, a parte morire?
Quale ragione è rimasta, a parte morire?
Quale ragione è rimasta, a parte morire?
Davvero, non so perché…
Lo so che la nostra fine potrebbe arrivare presto,
ma perché la fate arrivare prima?
Il tempo potrebbe infine rivelare
che solo la vita la muove/commuove
e che non c’è vita nelle sabbie mobili.
Si, lo so, è fuori controllo,
fuori controllo:
macchinari unti scivolano sulle rotaie.
Giovani menti e corpi impalati su picche d’acciaio.
Ingranaggi che spezzano le ossa,
ingranaggi che spezzano le ossa.
Mostri dalla gola di ferro stanno forzando le grida.
La mente e i macchinari comprimono i sogni in scatole.
Ma c’è ancora tempo…
Codardi sono coloro che oggi scappano,
la battaglia sta cominciando.
Niente guerra con i coltelli,
combattiamo con le nostre vite.
La morte non offre speranza,
dobbiamo cercare a tentoni la risposta sconosciuta,
unire il nostro sangue, fermare l’alluvione, evitare il disastro.
Ci sono mezzi diversi dal gridare nella folla;
questo ci rende soltanto ingranaggi di odio.
Guardate al perché e al dove siamo,
guardate voi stessi e le stelle,
e alla fine
quale possibilità è rimasta se non vivere?
Nella speranza di salvare i figli dei figli dei nostri figli?
Quale scelta è rimasta, a parte vivere?
Quale scelta è rimasta, a parte vivere?
Quale scelta è rimasta, a parte vivere?
Per salvare i piccoli?
Quale scelta è rimasta, a parte provare?
Quale scelta è rimasta, a parte provare?
Quale scelta è rimasta, a parte provare?
Scritta da:
Peter Hammill
Eseguita da:
Peter Hammill – Voce, chitarra, piano
David Jackson – Sassofoni tenore, contralto e soprano, flauto traverso
Un piccolo appunto: per tutta l’analisi parlerò di sax al singolare, sebbene per la stragrande maggioranza del tempo, il mostruoso David Jackson ne suoni due contemporaneamente, cosa che rese il sound del gruppo unico e particolarissimo. Purtroppo non so distinguere tra un sassofono tenore, contralto o soprano.
Ciao a tutti, rockers e non!
La canzone di oggi mi era stata richiesta anni fa da una persona molto speciale per me.
Vi presento l’ennesimo capolavoro che il prog-rock ci regala: Lemmings (Including Cog), dei Van Der Graaf Generator.
Prima traccia del quarto album della band, Pawn Hearts, è stata pubblicata nell’ottobre del 1971.
Prendiamoci un attimo per analizzare il titolo del brano: Lemmings (Including Cog).
I lemmings sono dei piccoli roditori che abitano nella tundra artica, e sono noti per una triste pratica: quando la popolazione raggiunge numeri eccessivamente alti, i lemmings sisuicidano in massa gettandosi in mare da altissimi promontori.
Al giorno d’oggi sappiamo che questa altro non è che una leggenda metropolitana, probabilmente fomentata e diffusa non solo dalla storia a fumetti di Carl Barks (inventore di Zio Paperone) “Zio Paperone e il ratto del ratto” (1955), ma anche dal documentario della Disney “Artico Selvaggio” (1958), che gli valse un oscar e nel quale furono costretti al suicidio decine di lemmings.
L’egoismo umano non smette mai di sorprendermi.
E “Including Cog”?
Lo vedremo presto.
Ma allora, come mai questo titolo?
Scopriamolo insieme.
Il brano comincia con un caldo arpeggio di chitarra acustica, seguito da un leggiadro flauto traverso e da una batteria in punta di piedi. La soffusa sinfonia dal sapore medievale acquista sempre più carica con l’entrata in scena dell’organo, che farà da collante per tutta la durata del pezzo.
Sembra quasi che stia per cominciare una favola da un momento all’altro, ma cosa narra la voce da menestrello del nostro Peter?
Il tema è in crescendo.
Immedesimato in un ignoto protagonista di cui l’unica caratteristica conosciuta è l’essere da solo, osserva i suoi cari lanciarsi in mare da una rupe, in massa, alla cieca.
Perché i lemmings, con la loro leggenda, sono l’emblema della moltitudine ottusa votata all’autodistruzione.
E questo concetto è applicabile al branco o all’intera società.
L’unico antidoto per evitare il disastro è affermare la propria individualità, con tutti i pregi e i difetti, le idee e le mancanze. Osservare il mondo senza mai farsi condizionare, ma sviluppare la propria personalità, anche a costo di confrontarsi con il senso di inadeguatezza, con l’impressione di avere la scritta “errore di fabbricazione” stampata in fronte, con la paura della solitudine.
Anche a costo di impazzire di dolore per le troppe storture, violenze psicologiche e non, insensatezze e altre orribili cose e situazioni che si osserveranno, come con una lente d’ingrandimento, dall’esterno. Perché non ne vorrai far parte.
Anche a costo di vedere le persone che ami autodistruggersi, come i lemmings.
E vorresti essere come tutti gli altri o farla finita per sempre prima di loro, per sottrarti all’orrore.
E ovviamente, il dubbio. I know our ends may be soon, but why do you make them sooner?
Perché il suicidio di massa?
Mentre sotto imperversa un riff bizzarro e spigoloso, la voce si fa aspra.
La risposta arriva, pronunciata da una voce all’unisono (as one), ma che preannuncia già l’amara scomparsa (as no-one); sembra quasi sia un fantasma a parlare.
Di fronte alla caduta di rassicuranti idoli, modelli, precetti, di figure mitizzate di uomini o dèi, che ragione di vita è rimasta?
Che senso ha vivere?
Perché affannarsi a cercare, brancolando nel buio, una ragione di vita che probabilmente non troveremo mai?
È un incubo senza via d’uscita.
L’unica soluzione sembra essere, per il singolo, il suicidio. Per la massa, l’incontrollata, lenta ma inserorabile, autodistruzione.
I fraseggi di sax e una sostenuta batteria accompagnano la risoluta e incontestabile voce di Hammill, che diventa, alla fine, disperata. What cause is there left but to die?
Arrivati quindi al minuto 3.37, se si presta attenzione, magari con le cuffie, è possibile ascoltare dei suoni realizzati con un mellotron o un sintetizzatore (credo) che, almeno secondo me, imitano dei singhiozzi.
Nella strofa successiva, la traccia vocale è composta da sovraincisioni dissonanti che, come spesso accade nel progressive, creano un senso di alienazione nell’ascoltatore.
Molto interessante è l’attribuzione dell’aggettivo possessivo femminile her all’entità asessuata time, che dà origine ad una prosopopea, cioè ad una personificazione.
Secondo voi perché proprio femminile?
La riflessione contiene in sé uno spiraglio di speranza.
Il tempo potrebbe rivelare che solo la vita lo muove/commuove*.
Ma contemporaneamente, si può dire che il tempo come entità esiste perché noi umani l’abbiamo inventato e suddiviso.
E per questo, esiste solo se esistiamo anche noi.
Agli altri animali, e ancor meno al mondo vegetale, lo scorrere del tempo non interessa.
Ad un tratto, un momento di calma, in cui flauto e chitarra acustica sono protagonisti.
E poi un motore carica, carica, carica ed esplode: assistiamo ad un cambio di tema sia a livello musicale che poetico.
Sembra di stare su un’altalena, tra scoppi di aggressività fatti di suoni ora confusi e dissonanti, e momenti pacati. È spiazzante.
Ricordate il titolo?
Bene, perché siamo arrivati a “Cog“.
Peter riprende il concetto di annullamento della personalità, ma sotto una diversa luce.
Young minds and bodies on steel pikes impaled.
Prima, la denuncia contro la guerra, frutto delle azioni e non-reazioni, dell’appiattimento del pensiero e delle non-decisioni della massa pigra, facilmente manipolabile da chi ne sfrutta l’ignoranza, dirottandone le paure e l’odio verso bersagli innocui.
Mi viene in mente la situazione politica in cui versiamo oggi.
Poi cogs tearing bones.
L’individuo, con tutti i suoi limiti, si annulla di fronte alla potenza e alla perfezione della macchina.
Infine, mind and machinery box-press the dreams.
La fredda razionalità, che gli umani rivendicano con molto orgoglio come una caratteristica esclusiva, così come fa una qualsiasi altra macchina, schiaccia, comprime i sogni in scatole.
Mi chiedo, è giusto chiudere in scatole i propri sogni, per poi buttarli via e dimenticarli?
È giusto confinarli in favore di ciò che è utile o più conveniente, ma che non ci rende felici?
In poche parole, è sano sacrificare ciò che ci rende felici a vantaggio di ciò che è utile o più conveniente?
È sana una società come la nostra, in cui contano solo il freddo calcolo, il profitto, l’omologazione, l’avanzamento tecnologico, in cui non c’è spazio per l’emotività, la filosofia, l’arte, la natura (di cui siamo parte integrante, nonostante non perdiamo mai l’occasione di alzare una barriera tra il “mondo degli umani” e il “mondo naturale”, rivendicando una presunta e ridicola superiorità.
Forse sarebbe meglio abbandonare questa limitante prospettiva antropocentrica).
But there still is time…
Ma c’è ancora tempo. Possiamo fermare tutto questo.
Si conclude così Cog, un brano nel brano.
Ma andiamo avanti.
Nella nube di suoni disarmonici, tra cui il suono di un pianoforte, si fa largo, imperante, il riff originario.
Adesso la musica ribolle.
Siamo tornati in Lemmings, e la prospettiva è tutta nuova.
È incantevole l’idea della vita come arma.
Infatti, di fronte allo sfacelo della società, a tutti gli orrori e le devianze, di fronte a quella che sembra una battaglia impari la nostra arma è rimanere in vita. No war with knives, fight with our lives.
Di fronte al crollo di tutte le certezze, dobbiamo continuare a cercare la nostra ragione di vita, anche se si nasconde da noi.
Dobbiamo combattere con le nostre stesse vite e dobbiamo combatterla insieme questa battaglia, unite our blood.
E poi, due versi che, nuovamente, ci dovrebbero far riflettere sulla situazione politica attuale. Ci sono mezzi diversi dal gridare nella la folla: questo ci rende solo ingranaggi di odio. E non a caso, l’enfasi cade sulla parola cogs, ingranaggi, come a voler sottolineare la spersonalizzazione dei tanti individui che compongono la moltitudine di cui alcune figure si servono per orientarne l’odio cieco, che porta allo scontro e infine alla distruzione.
In un ultimo duetto tra sax e organo, i versi finali. La musica si addolcisce.
Dopo aver finalmente riflettuto, osservato e scoperto le cose bellissime che ci circondano, come le stelle o anche noi stessi, quale altra scelta abbiamo se non vivere?
Vivere per agire e reagire. Per cambiare le cose.
Quale altra scelta se non far sopravvivere la nostra specie nella speranza di un futuro migliore?
Tutto sembra acquietarsi e l’ultima domanda risuona limpida: quale altra possibilità, se non provarci?
Che dire ragazzi, è commovente.
Meraviglioso il messaggio finale, meravigliosa la batteria che riproduce il battito di un cuore.
È la vita che trionfa.
Ma di nuovo note oscure suonano come un avvertimento: sulla sinistra base di organo si immette una cantilena di sax quasi da horror, mentre i piatti incorniciano la cupa atmosfera.
E sulle note acute e fatate di flauto e organo, un piccolo stacco di batteria chiude il brano.
E voi cosa ne pensate?
Spero abbiate trovato la canzone e l’articolo interessanti!
Personalmente, io ho amato questo capolavoro. Lo trovo meraviglioso.
Pensate che, se ho capito bene, non sono presenti né un basso né una chitarra elettrica. Però, che rock!
Detto questo, ci vediamo alla prossima canzone.
A presto!
Claudia Paesano
*Nella traduzione ho voluto rispettare l’ambiguità del verbo to move, che in inglese vuol dire sia muovere che commuovere, proprio per conservare anche l’immagine del tempo come essere superiore che si emoziona nell’osservare i viventi.
Cat’s foot, iron claw Neuro-surgeons scream for more At paranoia’s poisoned door Twenty first century schizoid man.
Blood, rack, barbed wire Politicians’ funeral pyre Innocents raped with napalm fire Twenty first century schizoid man.
Death seed, blind man’s greed Poet’s starving, children bleed Nothing he’s got he really needs Twenty first century schizoid man.
TRADUZIONE:
Zampa di gatto, artiglio di ferro Neurochirurghi urlano “ancora!” Alla porta avvelenata della paranoia Uomo schizoide del ventunesimo secolo.
Sangue, tortura, filo spinato Pira funeraria di politici Innocenti stuprati dal fuoco del napalm Uomo schizoide del ventunesimo secolo.
Seme di morte, cupidigia dell’uomo cieco Il poeta muore di fame, i bambini sanguinano Nulla di ciò che ha gli serve realmente Uomo schizoide del ventunesimo secolo.
Scritta da:
Peter Sinfield
Eseguita da:
Greg Lake – Basso, voce
Robert Fripp – Chitarra
Ian McDdonald – Sassofono
Michael Giles – Batteria
Ciao a tutti!
Oggi analizzeremo una canzone scritta nel 1969 da Peter Sinfield, durante la guerra del Vietnam; sembra strano, ma è una puntuale previsione della nostra epoca.
Questo articolo è stato scritto dopo gli avvenimenti di Parigi del 2015 ma, dopo il recente (2022) scoppio della guerra in Ucraina, trovo che sia ancora attuale e, probabilmente, continuerà ad esserlo per molto tempo. L’orrore non deve paralizzarci, ma spronarci a costruire la pace che da sempre rincorriamo. E dalla musica possiamo imparare molto, poiché, in quanto arte, è uno specchio della società. Oltretutto, personalmente, amo parlare di brani vintage perché offrono uno spaccato della vita dell’Uomo in un’epoca diversa da quella presente. Con la Musica si può attraversare la Storia.
Ma ora torniamo al brano: appartiene al primo album dei King Crimson “In the Court of the Crimson King – An Observation by King Crimson” (Considerato da alcuni il miglior esordio della storia della musica, nonché manifesto del Progressive Rock). Il Re Cremisi in questione è Federico II di Svevia, il primo uomo moderno. L’iconica copertina del disco, realizzata da Barry Godber, ritrae un uomo terrorizzato, disperato, nell’atto di gridare. I lineamenti distorti, grotteschi. Trasmette un senso di impotenza e di perdita di controllo. Ricorda “L’urlo” di Munch. E’ proprio lui, l’uomo schizoide del ventunesimo secolo.
Trenta secondi di trepidante silenzio e BOOM: ecco il riff allarmante che tutti conosciamo, che viene interrotto prepotentemente dalla voce distorta e innaturale di Greg Lake, la quale non ha più nulla di umano, proprio come l’Uomo contemporaneo. La linea vocale è sostenuta solo da un incalzante e martellante sottofondo di chitarra elettrica che, lapidaria, sottolinea ogni parola, riuscendo perfettamente a instillare nell’ascoltatore una sensazione di tensione e di ansia. Tutta l’attenzione è rivolta a ciò che Greg Lake canta.
Cat’s foot, Iron claw. Non vi sembra l’inizio di una formula magica? Le strofe sono incalzanti, di grande tensione; qualcosa incombe su di noi o ci sta inseguendo lentamente. Sangue, tortura, filo spinato: ecco gli altri ingredienti di quella che potrebbe essere la ricetta di un momento storico malato in cui, secondo Sinfield, la violenza regna. Non posso che essere d’accordo con lui, nonostante i rassicuranti dati odierni, che ci comunicano che la violenza è ai minimi storici. E’ anche vero che la violenza ha sempre accompagnato l’Uomo lungo il suo cammino. Potremmo definirla un universale umano e naturale, proprio di tutti i tempi e di tutte le culture. Ma basta pensare come al giorno d’oggi siamo costantemente bombardati da immagini violente che i media ci sottopongono per capire che, forse, Sinfield non ha proprio tutti i torti.
Ma torniamo al pezzo. Attenzione ai neurochirurghi di questa canzone. Sono figure stravolte. Urlano, assetati di sangue, alla ricerca di pazienti da operare. Eppure dovrebbero trasmettere fiducia e sicurezza… Sembrano quasi la materializzazione della paura di un ipocondriaco. Uomo schizoide del ventunesimo secolo. Le malattie mentali sono in aumento, specialmente in questo preciso periodo storico post pandemia. La cosa positiva è che se ne parla molto più di prima e, finalmente, si cerca di abbattere lo stigma ad esse legato.
Cari lettori, non avete notato qualcosa? Il titolo del pezzo si ripete alla fine di ogni strofa, proprio come avviene in Anyone for Tennis. La differenza è che adesso non vi è alcuna traccia di provocazione e ironia, ma solo una condanna seria e sprezzante verso il nostro secolo, dove l’Uomo è finito, avvelenato dalla paranoia. E non è l’unica analogia con la canzone dei Cream. Infatti, entrambi i brani descrivono situazioni simili nella loro tremenda confusione. Un calderone di sofferenza, povertà, malattie mentali, sangue e fuoco. Tuttavia, una differenza ci balza all’occhio (o, per meglio dire, all’orecchio). Nel pezzo dei King Crimson l’aggressività delle parole è amplificata da una musica altrettanto aggressiva e disturbante, per quanto irresistibile, priva di qualsiasi sfumatura di serenità. Cito wikipedia: “Gli strappi e le distorsioni ritraggono in modo compiutamente apocalittico gli orrori della guerra, proiettandola in un futuro senza speranza”.
Ma ora caliamoci nel sanguinoso cuore del pezzo. I politici hanno perso credibilità, vengono spazzati via e gettati al rogo. Anarchia. Basti pensare al presidente J. F. Kennedy, a Aldo Moro e a tanti altri. Come altre canzoni degli anni ’60, anche questa è una canzone contro la Guerra delVietnam. L’invenzione del Napalm è una delle tante atrocità escogitate dalla mente umana per commettere omicidi di massa, e qui viene sbattuta in faccia all’ascoltatore con un’immagine brutale: persone che, violentate dalle fiamme, tentano invano di scappare dalla morte. La potenza delle parole di Sinfield è da pelle d’oca, sta nel senso di compassione e di rabbia che ci trasmettono. Assistiamo, impotenti, al massacro.
La parte centrale della canzone, totalmente strumentale, prende il nome di Mirrors. Estremamente complesso e contorto, l’assolo segue, tuttavia, degli schemi precisi attinti dalla musica classica e dal jazz. E’ semplicemente iconico, un vero e proprio pezzo di storia della musica. Il sassofono e la chitarra attaccano all’unisono, ma poi il primo si sfrena in evoluzioni e contorsionismi, e la seconda mantiene una certa, momentanea, linearità. Ad un tratto i suoni si mischiano tra loro, sospinti dalla bellicosa traccia di batteria, poi tornano entrambi sulla stessa identica melodia per interrompersi, tornare all’unisono e poi arrestarsi di nuovo in quello che sembra un gioco folle, il riso di scherno di un assassino. Non c’è logica nel male. La controllata confusione degli strumenti e il senso di disorientamento provocato dalle melodie esprimono in maniera esemplare questo concetto, così come la denuncia alla violenza. Caos. Da notare, tra le altre cose, che il finale del brano è costituito da rumore dissonante ispirato al Free Jazz*.
E poi la sentenza di un’attualità disarmante: poet’s starving. Gli artisti fanno la fame in un mondo in cui tutto ciò che conta è il progresso scientifico, in cui non c’è più spazio per l’arte. L’individualità viene soppressa, l’originalità ignorata e la creatività punita. Non c’è più spazio per le emozioni. Per ciò che realmente ci rende vivi. Per ciò di cui siamo fatti. Per l’arte, che è senza dubbio fra le cose più belle che esistano e che rendono la vita degna di essere vissuta.
Children bleed. Non ho niente da aggiungere. Pensate ai milioni di bambini rapiti, violentati, torturati, imbottiti di droghe che vengono obbligati a combattere, a uccidere, a morire. O a quelli che vengono sfruttati in ogni modo possibile per far sì che altri bambini, altri ragazzi, altri adulti siano sommersi da beni materiali che scambiano per indispensabili, ma che poi, a conti fatti, non lo sono. Nothing he’s got he really needs, 21st century schizoid man.
Claudia Paesano
* Il Free Jazz è un particolare tipo di Jazz nel quale, durante l’esecuzione, gli strumenti non seguono una struttura, ma ognuno di essi suona in contemporanea agli altri improvvisando in modo estemporaneo e atonale.