Van Der Graaf Generator – Lemmings (Including Cog)

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TESTO:

I stood alone upon the highest cliff-top,
looked down, around, and all that I could see
were those that I would dearly love to share with
crashing on quite blindly to the sea.
I tried to ask what game this was,
but knew I would not play it:
the voice, as one, as no-one, came to me: 

“We have looked up on the heroes
and they are found wanting;
we have looked hard across the land,
but we can see no dawn;
we have now dared to sear the sky,
but we are still bleeding;
we are drawing near to the cliffs,
now we can hear the call.
The clouds are piled in mountain-shapes,
there is no escape except to go forward.
Don’t ask us for an answer now,
it’s far too late to bow to that convention.
What course is there left but to die?

We have looked up on the High Kings,
found them less than mortals:
their names are dust before the just
march of our young, new law.
Minds stumbling strong, we hurtle on
into the dark portal;
No-one can halt our final vault
into the unknown maw.
And as the Elders beat their brows
they know that it’s really far too late now to stop us.
For if the sky is seeded death
what is the point in catching breath? – Expel it.
What cause is there left but to die
in search of something we’re not quite sure of?”

What cause is there left but to die?
What cause is there left but to die?
What cause is there left but to die?
I really don’t know why… 

I know our ends may be soon
but why do you make them sooner?
Time may finally prove
only the living move her and
no life lies in the quicksand.

Yes, I know it’s
Out of control, out of control:
Greasy machinery slides on the rails,
Young minds and bodies on steel pikes impaled…
Cogs tearing bones, cogs tearing bones;
Iron-throated monsters are forcing the screams,
Mind and machinery box-press the dreams.

But there still is time…

Cowards are they who run today,
the fight is beginning…
no war with knives, fight with our lives,
lemmings can teach nothing;
death offers no hope, we must grope
for the unknown answer:
unite our blood, abate the flood,
avert the disaster…
There’s other ways than screaming in the mob:
that makes us merely cogs of hatred.
Look to the why and where we are,
look to yourselves and the stars and in the end
What chance is there left but to live
in the hope of saving
our children’s children’s little ones?

What choice is there left but to live?
What choice is there left but to live?
What choice is there left but to live?
To save the little ones?

What choice is there left but to try?
What choice is there left but to try?
What choice is there left but to try?


TRADUZIONE:

Stavo in piedi da solo sulla cima della scogliera più alta…
Guardai giù, intorno, e tutto ciò che riuscivo a vedere
erano quelli con cui avrei tanto voluto condividere
continuare a schiantarsi ciecamente nel mare.
Ho provato a chiedere che gioco fosse,
ma sapevo che non ci avrei giocato:
la voce, come una, come nessuna, mi arrivò.

“Abbiamo cercato gli eroi,
ma abbiamo scoperto che sono scomparsi.
Abbiamo cercato con impegno per tutta la terra,
ma non vediamo l’alba (una via d’uscita).
Ora abbiamo osato bruciare il cielo,
ma stiamo ancora sanguinando:
ci stiamo avvicinando alle scogliere,
ora sentiamo il richiamo.
Le nuvole sono impilate a forma di montagne.
Non c’è scampo se non andare avanti.
Ora non chiederci una risposta.
È davvero troppo tardi per inchinarsi a quella consuetudine.
Quale strada è rimasta, a parte morire?

Abbiamo cercato i Grandi Re,
e li abbiamo trovati meno che mortali.
I loro nomi sono polvere
innanzi alla marcia della nostra giovane, nuova legge.
Le menti inciampano rovinosamente,
continuiamo a precipitare nell’oscuro portale.
Nessuno può fermare il nostro volteggio finale verso le fauci sconosciute.
E mentre gli anziani si battono la fronte,
sanno che è davvero troppo tardi per fermarci adesso.
Poiché, se il cielo è seminato di morte,
che senso ha prendere fiato?
Buttalo fuori.
Quale ragione è rimasta, eccetto morire, in cerca di qualcosa di cui non siamo affatto sicuri?”

Quale ragione è rimasta, a parte morire?
Quale ragione è rimasta, a parte morire?
Quale ragione è rimasta, a parte morire?
Davvero, non so perché…

Lo so che la nostra fine potrebbe arrivare presto,
ma perché la fate arrivare prima?
Il tempo potrebbe infine rivelare
che solo la vita la muove/commuove
e che non c’è vita nelle sabbie mobili.

Si, lo so, è fuori controllo,
fuori controllo:
macchinari unti scivolano sulle rotaie.
Giovani menti e corpi impalati su picche d’acciaio.
Ingranaggi che spezzano le ossa,
ingranaggi che spezzano le ossa.
Mostri dalla gola di ferro stanno forzando le grida.
La mente e i macchinari comprimono i sogni in scatole.

Ma c’è ancora tempo…

Codardi sono coloro che oggi scappano,
la battaglia sta cominciando.
Niente guerra con i coltelli,
combattiamo con le nostre vite.
La morte non offre speranza,
dobbiamo cercare a tentoni la risposta sconosciuta,
unire il nostro sangue, fermare l’alluvione, evitare il disastro.
Ci sono mezzi diversi dal gridare nella folla;
questo ci rende soltanto ingranaggi di odio.
Guardate al perché e al dove siamo,
guardate voi stessi e le stelle,
e alla fine
quale possibilità è rimasta se non vivere?
Nella speranza di salvare i figli dei figli dei nostri figli?

Quale scelta è rimasta, a parte vivere?
Quale scelta è rimasta, a parte vivere?
Quale scelta è rimasta, a parte vivere?
Per salvare i piccoli?

Quale scelta è rimasta, a parte provare?
Quale scelta è rimasta, a parte provare?
Quale scelta è rimasta, a parte provare?


Scritta da:

Peter Hammill

Eseguita da:

  • Peter Hammill – Voce, chitarra, piano
  • David Jackson – Sassofoni tenore, contralto e soprano, flauto traverso
  • Guy Evans – Batteria
  • Hugh Banton – organo elettrico, mellotron, sintetizzatore

Un piccolo appunto: per tutta l’analisi parlerò di sax al singolare, sebbene per la stragrande maggioranza del tempo, il mostruoso David Jackson ne suoni due contemporaneamente, cosa che rese il sound del gruppo unico e particolarissimo. Purtroppo non so distinguere tra un sassofono tenore, contralto o soprano.


Ciao a tutti, rockers e non!

La canzone di oggi mi era stata richiesta anni fa da una persona molto speciale per me.

Vi presento l’ennesimo capolavoro che il prog-rock ci regala: Lemmings (Including Cog), dei Van Der Graaf Generator.
Prima traccia del quarto album della band, Pawn Hearts, è stata pubblicata nell’ottobre del 1971.

Prendiamoci un attimo per analizzare il titolo del brano: Lemmings (Including Cog).
I lemmings sono dei piccoli roditori che abitano nella tundra artica, e sono noti per una triste pratica: quando la popolazione raggiunge numeri eccessivamente alti, i lemmings si suicidano in massa gettandosi in mare da altissimi promontori.
Al giorno d’oggi sappiamo che questa altro non è che una leggenda metropolitana, probabilmente fomentata e diffusa non solo dalla storia a fumetti di Carl Barks (inventore di Zio Paperone) “Zio Paperone e il ratto del ratto” (1955), ma anche dal documentario della Disney “Artico Selvaggio” (1958), che gli valse un oscar e nel quale furono costretti al suicidio decine di lemmings.
L’egoismo umano non smette mai di sorprendermi.

E “Including Cog”?
Lo vedremo presto.

Ma allora, come mai questo titolo?
Scopriamolo insieme.
Il brano comincia con un caldo arpeggio di chitarra acustica, seguito da un leggiadro flauto traverso e da una batteria in punta di piedi. La soffusa sinfonia dal sapore medievale acquista sempre più carica con l’entrata in scena dell’organo, che farà da collante per tutta la durata del pezzo.
Sembra quasi che stia per cominciare una favola da un momento all’altro, ma cosa narra la voce da menestrello del nostro Peter?
Il tema è in crescendo.
Immedesimato in un ignoto protagonista di cui l’unica caratteristica conosciuta è l’essere da solo, osserva i suoi cari lanciarsi in mare da una rupe, in massa, alla cieca.
Perché i lemmings, con la loro leggenda, sono l’emblema della moltitudine ottusa votata all’autodistruzione.
E questo concetto è applicabile al branco o all’intera società.
L’unico antidoto per evitare il disastro è affermare la propria individualità, con tutti i pregi e i difetti, le idee e le mancanze. Osservare il mondo senza mai farsi condizionare, ma sviluppare la propria personalità, anche a costo di confrontarsi con il senso di inadeguatezza, con l’impressione di avere la scritta “errore di fabbricazione” stampata in fronte, con la paura della solitudine.
Anche a costo di impazzire di dolore per le troppe storture, violenze psicologiche e non, insensatezze e altre orribili cose e situazioni che si osserveranno, come con una lente d’ingrandimento, dall’esterno. Perché non ne vorrai far parte.
Anche a costo di vedere le persone che ami autodistruggersi, come i lemmings.
E vorresti essere come tutti gli altri o farla finita per sempre prima di loro, per sottrarti all’orrore.

E ovviamente, il dubbio.
I know our ends may be soon, but why do you make them sooner?
Perché il suicidio di massa?

Mentre sotto imperversa un riff bizzarro e spigoloso, la voce si fa aspra.
La risposta arriva, pronunciata da una voce all’unisono (as one), ma che preannuncia già l’amara scomparsa (as no-one); sembra quasi sia un fantasma a parlare.

Di fronte alla caduta di rassicuranti idoli, modelli, precetti, di figure mitizzate di uomini o dèi, che ragione di vita è rimasta?
Che senso ha vivere?
Perché affannarsi a cercare, brancolando nel buio, una ragione di vita che probabilmente non troveremo mai?
È un incubo senza via d’uscita.
L’unica soluzione sembra essere, per il singolo, il suicidio. Per la massa, l’incontrollata, lenta ma inserorabile, autodistruzione.

I fraseggi di sax e una sostenuta batteria accompagnano la risoluta e incontestabile voce di Hammill, che diventa, alla fine, disperata.
What cause is there left but to die?

Arrivati quindi al minuto 3.37, se si presta attenzione, magari con le cuffie, è possibile ascoltare dei suoni realizzati con un mellotron o un sintetizzatore (credo) che, almeno secondo me, imitano dei singhiozzi.

Nella strofa successiva, la traccia vocale è composta da sovraincisioni dissonanti che, come spesso accade nel progressive, creano un senso di alienazione nell’ascoltatore.
Molto interessante è l’attribuzione dell’aggettivo possessivo femminile her all’entità asessuata time, che dà origine ad una prosopopea, cioè ad una personificazione.
Secondo voi perché proprio femminile?

La riflessione contiene in sé uno spiraglio di speranza.
Il tempo potrebbe rivelare che solo la vita lo muove/commuove*.
Ma contemporaneamente, si può dire che il tempo come entità esiste perché noi umani l’abbiamo inventato e suddiviso.
E per questo, esiste solo se esistiamo anche noi.
Agli altri animali, e ancor meno al mondo vegetale, lo scorrere del tempo non interessa.

Ad un tratto, un momento di calma, in cui flauto e chitarra acustica sono protagonisti.
E poi un motore carica, carica, carica ed esplode: assistiamo ad un cambio di tema sia a livello musicale che poetico.
Sembra di stare su un’altalena, tra scoppi di aggressività fatti di suoni ora confusi e dissonanti, e momenti pacati. È spiazzante.

Ricordate il titolo?
Bene, perché siamo arrivati a “Cog“.
Peter riprende il concetto di annullamento della personalità, ma sotto una diversa luce.

Young minds and bodies on steel pikes impaled.
Prima, la denuncia contro la guerra, frutto delle azioni e non-reazioni, dell’appiattimento del pensiero e delle non-decisioni della massa pigra, facilmente manipolabile da chi ne sfrutta l’ignoranza, dirottandone le paure e l’odio verso bersagli innocui.
Mi viene in mente la situazione politica in cui versiamo oggi.

Poi cogs tearing bones.
L’individuo, con tutti i suoi limiti, si annulla di fronte alla potenza e alla perfezione della macchina.

Infine, mind and machinery box-press the dreams.
La fredda razionalità, che gli umani rivendicano con molto orgoglio come una caratteristica esclusiva, così come fa una qualsiasi altra macchina, schiaccia, comprime i sogni in scatole.
Mi chiedo, è giusto chiudere in scatole i propri sogni, per poi buttarli via e dimenticarli?
È giusto confinarli in favore di ciò che è utile o più conveniente, ma che non ci rende felici?
In poche parole, è sano sacrificare ciò che ci rende felici a vantaggio di ciò che è utile o più conveniente?
È sana una società come la nostra, in cui contano solo il freddo calcolo, il profitto, l’omologazione, l’avanzamento tecnologico, in cui non c’è spazio per l’emotività, la filosofia, l’arte, la natura (di cui siamo parte integrante, nonostante non perdiamo mai l’occasione di alzare una barriera tra il “mondo degli umani” e il “mondo naturale”, rivendicando una presunta e ridicola superiorità.
Forse sarebbe meglio abbandonare questa limitante prospettiva antropocentrica).

But there still is time
Ma c’è ancora tempo. Possiamo fermare tutto questo.
Si conclude così Cog, un brano nel brano.

Ma andiamo avanti.
Nella nube di suoni disarmonici, tra cui il suono di un pianoforte, si fa largo, imperante, il riff originario.
Adesso la musica ribolle.
Siamo tornati in Lemmings, e la prospettiva è tutta nuova.
È incantevole l’idea della vita come arma.
Infatti, di fronte allo sfacelo della società, a tutti gli orrori e le devianze, di fronte a quella che sembra una battaglia impari la nostra arma è rimanere in vita.
No war with knives, fight with our lives.
Di fronte al crollo di tutte le certezze, dobbiamo continuare a cercare la nostra ragione di vita, anche se si nasconde da noi.
Dobbiamo combattere con le nostre stesse vite e dobbiamo combatterla insieme questa battaglia, unite our blood.

E poi, due versi che, nuovamente, ci dovrebbero far riflettere sulla situazione politica attuale.
Ci sono mezzi diversi dal gridare nella la folla: questo ci rende solo ingranaggi di odio. E non a caso, l’enfasi cade sulla parola cogs, ingranaggi, come a voler sottolineare la spersonalizzazione dei tanti individui che compongono la moltitudine di cui alcune figure si servono per orientarne l’odio cieco, che porta allo scontro e infine alla distruzione.

In un ultimo duetto tra sax e organo, i versi finali. La musica si addolcisce.
Dopo aver finalmente riflettuto, osservato e scoperto le cose bellissime che ci circondano, come le stelle o anche noi stessi, quale altra scelta abbiamo se non vivere?
Vivere per agire e reagire. Per cambiare le cose.
Quale altra scelta se non far sopravvivere la nostra specie nella speranza di un futuro migliore?
Tutto sembra acquietarsi e l’ultima domanda risuona limpida:
quale altra possibilità, se non provarci?

Che dire ragazzi, è commovente.
Meraviglioso il messaggio finale, meravigliosa la batteria che riproduce il battito di un cuore.
È la vita che trionfa.

Ma di nuovo note oscure suonano come un avvertimento: sulla sinistra base di organo si immette una cantilena di sax quasi da horror, mentre i piatti incorniciano la cupa atmosfera.
E sulle note acute e fatate di flauto e organo, un piccolo stacco di batteria chiude il brano.

E voi cosa ne pensate?
Spero abbiate trovato la canzone e l’articolo interessanti!
Personalmente, io ho amato questo capolavoro. Lo trovo meraviglioso.
Pensate che, se ho capito bene, non sono presenti né un basso né una chitarra elettrica. Però, che rock!

Detto questo, ci vediamo alla prossima canzone.
A presto!

Claudia Paesano

*Nella traduzione ho voluto rispettare l’ambiguità del verbo to move, che in inglese vuol dire sia muovere che commuovere, proprio per conservare anche l’immagine del tempo come essere superiore che si emoziona nell’osservare i viventi.

King Crimson – 21st Century Schizoid Man

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TESTO:

Cat’s foot, iron claw
Neuro-surgeons scream for more
At paranoia’s poisoned door
Twenty first century schizoid man.

Blood, rack, barbed wire
Politicians’ funeral pyre
Innocents raped with napalm fire
Twenty first century schizoid man.

Death seed, blind man’s greed
Poet’s starving, children bleed
Nothing he’s got he really needs
Twenty first century schizoid man.


TRADUZIONE:

Zampa di gatto, artiglio di ferro
Neurochirurghi urlano “ancora!”
Alla porta avvelenata della paranoia
Uomo schizoide del ventunesimo secolo.

Sangue, tortura, filo spinato
Pira funeraria di politici
Innocenti stuprati dal fuoco del napalm
Uomo schizoide del ventunesimo secolo.

Seme di morte, cupidigia dell’uomo cieco
Il poeta muore di fame, i bambini sanguinano
Nulla di ciò che ha gli serve realmente
Uomo schizoide del ventunesimo secolo.


Scritta da:

Peter Sinfield

Eseguita da:

  • Greg Lake – Basso, voce
  • Robert Fripp – Chitarra
  • Ian McDdonald – Sassofono
  • Michael Giles – Batteria

Ciao a tutti!

Oggi analizzeremo una canzone scritta nel 1969 da Peter Sinfield, durante la guerra del Vietnam; sembra strano, ma è una puntuale previsione della nostra epoca.

Questo articolo è stato scritto dopo gli avvenimenti di Parigi del 2015 ma, dopo il recente (2022) scoppio della guerra in Ucraina, trovo che sia ancora attuale e, probabilmente, continuerà ad esserlo per molto tempo. L’orrore non deve paralizzarci, ma spronarci a costruire la pace che da sempre rincorriamo. E dalla musica possiamo imparare molto, poiché, in quanto arte, è uno specchio della società. Oltretutto, personalmente, amo parlare di brani vintage perché offrono uno spaccato della vita dell’Uomo in un’epoca diversa da quella presente. Con la Musica si può attraversare la Storia.

Ma ora torniamo al brano: appartiene al primo album dei King CrimsonIn the Court of the Crimson King – An Observation by King Crimson” (Considerato da alcuni il miglior esordio della storia della musica, nonché manifesto del Progressive Rock). Il Re Cremisi in questione è Federico II di Svevia, il primo uomo moderno.
L’iconica copertina del disco, realizzata da Barry Godber, ritrae un uomo terrorizzato, disperato, nell’atto di gridare. I lineamenti distorti, grotteschi. Trasmette un senso di impotenza e di perdita di controllo. Ricorda “L’urlo” di Munch. E’ proprio lui, l’uomo schizoide del ventunesimo secolo.

Trenta secondi di trepidante silenzio e BOOM: ecco il riff allarmante che tutti conosciamo, che viene interrotto prepotentemente dalla voce distorta e innaturale di Greg Lake, la quale non ha più nulla di umano, proprio come l’Uomo contemporaneo. La linea vocale è sostenuta solo da un incalzante e martellante sottofondo di chitarra elettrica che, lapidaria, sottolinea ogni parola, riuscendo perfettamente a instillare nell’ascoltatore una sensazione di tensione e di ansia. Tutta l’attenzione è rivolta a ciò che Greg Lake canta.

Cat’s foot, Iron claw. Non vi sembra l’inizio di una formula magica?
Le strofe sono incalzanti, di grande tensione; qualcosa incombe su di noi o ci sta inseguendo lentamente.
Sangue, tortura, filo spinato: ecco gli altri ingredienti di quella che potrebbe essere la ricetta di un momento storico malato in cui, secondo Sinfield, la violenza regna. Non posso che essere d’accordo con lui, nonostante i rassicuranti dati odierni, che ci comunicano che la violenza è ai minimi storici. E’ anche vero che la violenza ha sempre accompagnato l’Uomo lungo il suo cammino. Potremmo definirla un universale umano e naturale, proprio di tutti i tempi e di tutte le culture. Ma basta pensare come al giorno d’oggi siamo costantemente bombardati da immagini violente che i media ci sottopongono per capire che, forse, Sinfield non ha proprio tutti i torti.

Ma torniamo al pezzo. Attenzione ai neurochirurghi di questa canzone. Sono figure stravolte. Urlano, assetati di sangue, alla ricerca di pazienti da operare. Eppure dovrebbero trasmettere fiducia e sicurezza… Sembrano quasi la materializzazione della paura di un ipocondriaco.
Uomo schizoide del ventunesimo secolo.
Le malattie mentali sono in aumento, specialmente in questo preciso periodo storico post pandemia. La cosa positiva è che se ne parla molto più di prima e, finalmente, si cerca di abbattere lo stigma ad esse legato. 

Cari lettori, non avete notato qualcosa?
Il titolo del pezzo si ripete alla fine di ogni strofa, proprio come avviene in Anyone for Tennis. La differenza è che adesso non vi è alcuna traccia di provocazione e ironia, ma solo una condanna seria e sprezzante verso il nostro secolo, dove l’Uomo è finito, avvelenato dalla paranoia.
E non è l’unica analogia con la canzone dei Cream. Infatti, entrambi i brani descrivono situazioni simili nella loro tremenda confusione. Un calderone di sofferenza, povertà, malattie mentali, sangue e fuoco. Tuttavia, una differenza ci balza all’occhio (o, per meglio dire, all’orecchio).
Nel pezzo dei King Crimson l’aggressività delle parole è amplificata da una musica altrettanto aggressiva e disturbante, per quanto irresistibile, priva di qualsiasi sfumatura di serenità. Cito wikipedia: “Gli strappi e le distorsioni ritraggono in modo compiutamente apocalittico gli orrori della guerra, proiettandola in un futuro senza speranza”.

Ma ora caliamoci nel sanguinoso cuore del pezzo.
I politici hanno perso credibilità, vengono spazzati via e gettati al rogo. Anarchia.
Basti pensare al presidente J. F. Kennedy, a Aldo Moro e a tanti altri.
Come altre canzoni degli anni ’60, anche questa è una canzone contro la Guerra del Vietnam.
L’invenzione del Napalm è una delle tante atrocità escogitate dalla mente umana per commettere omicidi di massa, e qui viene sbattuta in faccia all’ascoltatore con un’immagine brutale: persone che, violentate dalle fiamme, tentano invano di scappare dalla morte. La potenza delle parole di Sinfield è da pelle d’oca, sta nel senso di compassione e di rabbia che ci trasmettono. Assistiamo, impotenti, al massacro.

La parte centrale della canzone, totalmente strumentale, prende il nome di Mirrors.
Estremamente complesso e contorto, l’assolo segue, tuttavia, degli schemi precisi attinti dalla musica classica e dal jazz. E’ semplicemente iconico, un vero e proprio pezzo di storia della musica.
Il sassofono e la chitarra attaccano all’unisono, ma poi il primo si sfrena in evoluzioni e contorsionismi, e la seconda mantiene una certa, momentanea, linearità. Ad un tratto i suoni si mischiano tra loro, sospinti dalla bellicosa traccia di batteria, poi tornano entrambi sulla stessa identica melodia per interrompersi, tornare all’unisono e poi arrestarsi di nuovo in quello che sembra un gioco folle, il riso di scherno di un assassino. Non c’è logica nel male. La controllata confusione degli strumenti e il senso di disorientamento provocato dalle melodie esprimono in maniera esemplare questo concetto, così come la denuncia alla violenza. Caos. Da notare, tra le altre cose, che il finale del brano è costituito da rumore dissonante ispirato al Free Jazz*. 

E poi la sentenza di un’attualità disarmante: poet’s starving. Gli artisti fanno la fame in un mondo in cui tutto ciò che conta è il progresso scientifico, in cui non c’è più spazio per l’arte. L’individualità viene soppressa, l’originalità ignorata e la creatività punita.
Non c’è più spazio per le emozioni.
Per ciò che realmente ci rende vivi. Per ciò di cui siamo fatti. 
Per l’arte, che è senza dubbio fra le cose più belle che esistano e che rendono la vita degna di essere vissuta.

Children bleed. Non ho niente da aggiungere. Pensate ai milioni di bambini rapiti, violentati, torturati, imbottiti di droghe che vengono obbligati a combattere, a uccidere, a morire. O a quelli che vengono sfruttati in ogni modo possibile per far sì che altri bambini, altri ragazzi, altri adulti siano sommersi da beni materiali che scambiano per indispensabili, ma che poi, a conti fatti, non lo sono.
Nothing he’s got he really needs, 21st century schizoid man.

Claudia Paesano

* Il Free Jazz è un particolare tipo di Jazz nel quale, durante l’esecuzione, gli strumenti non seguono una struttura, ma ognuno di essi suona in contemporanea agli altri improvvisando in modo estemporaneo e atonale.

Bruce Springsteen – Thunder Road

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TESTO:

The screen door slams,
Mary’s dress waves
Like a vision she dances across the porch as the radio plays
Roy Orbinson singing for the lonely
Hey, that’s me and I want you only
Don’t turn me home again,
I just can’t face myself alone again…
Don’t run back inside
Darling, you know just what I’m here for,
So you’re scared and you’re thinking
That maybe we ain’t that young anymore.
Show a little faith, there’s magic in the night
You ain’t a beauty, but hey, you’re alright
Oh and that’s alright with me.

You can hide ‘neath your covers
and study your pain
Make crosses from your lovers
Throw roses in the rain
Waste your summer praying in vain
For a savior to rise from these streets
Well, now I’m no hero,
That’s understood,
All the redemption I can offer, girl,
Is beneath this dirty hood
With a chance to make it good somehow
Hey, what else can we do now
Except roll down the window
And let the wind blow back your hair
Well, the night’s busting open,
These two lanes will take us anywhere,
We got one last chance to make it real,
To trade in these wings on some wheels
Climb in back!
Haven’s waiting on down the tracks
Oh oh come take my hand,
Riding out tonight to case the promised land
Oh Thunder Road, Oh Thunder Road, Oh Thunder Road
Lying out there like a killer in the sun
Hey, I know it’s late, but we can make it if we run
Oh Thunder Road, sit tight, take hold,
Thunder Road

Well, I got this guitar and I learned how to make it talk
And my car’s out back,
If you’re ready to take that long walk
From your front porch to my front seat
The door’s open, but the ride it ain’t free
And I know you’re lonely
For words that I ain’t spoken,
But tonight we’ll be free
All the promises’ll be broken

There were ghosts in the eyes
Of all the boys you sent away,
They haunt this dusty beach road
In the skeleton frames of burned out chevrolets
They scream your name at night in the streets
Your graduation gown lies in rags at their feet
And in the lonely cool before dawn
You hear their engines roaring on
But when you get to the porch they’re gone on the wind,
So, Mary, climb in
It’s a town full of losers
And I’m pulling out of there to win!


TRADUZIONE:

La porta finestra sbatte,
Il vestito di Mary ondeggia
Lei balla come una visione da una parte all’altra della veranda
Mentre la radio suona
Roy Orbinson che canta per le persone sole
Hey, sono io e tutto ciò che voglio sei tu
Non rimandarmi a casa di nuovo
Non posso affrontare me stesso da solo un’altra volta
Non tornare dentro di corsa,
Cara, tu sai perchè sono qui,
Perciò sei spaventata e stai pensando
Che forse non siamo più così giovani
Dammi un po’ di fiducia, c’è magia nella notte
Non sei una bellezza, ma hey, vai bene così
E tutto questo va bene per me.

Puoi nasconderti sotto le coperte
ed esaminare il tuo dolore
Mettere croci sui tuoi vecchi amori
Lanciare rose nella pioggia
Sprecare la tua estate pregando inutilmente
Affinchè un salvatore sorga da queste strade
Beh, io non sono un eroe,
Questo si è capito
Tutta la redenzione che posso offrire, ragazza,
Si trova sotto questo cofano sporco
Con una possibilità di renderlo migliore in qualche modo
Hey, che altro possiamo fare adesso
Se non abbassare il finestrino
E lasciare che il vento soffi indietro i tuoi capelli
La notte sta esplodendo
Queste due corsie ci porteranno ovunque
Abbiamo un’ultima possibilità per farlo,
Per scambiare queste ali con delle ruote
Salta su!
Il paradiso ci sta aspettando lungo il percorso
Prendi la mia mano,
Stanotte corriamo per raggiungere la terra promessa
Oh Thunder Road, oh Thunder Road, oh Thunder Road
Aspettando là fuori come un killer sotto il sole
Hey, so che è tardi, ma se corriamo possiamo farcela
Oh Thunder Road, tieniti forte, partiamo!
Thunder Road

Bene, ho questa chitarra e ho imparato a farla parlare
E la mia macchina è là dietro,
Se sei pronta per il lungo cammino
Dalla tua veranda al mio sedile anteriore
La porta è aperta, ma la corsa non è gratis
E so che ti senti sola
Per le parole che non ho detto
Ma stanotte saremo liberi,
Tutte le promesse saranno infrante.

C’erano fantasmi negli occhi
Di tutti i ragazzi che hai lasciato,
Tormentano questa polverosa strada di costiera
Nelle carcasse di chevrolets bruciate
Gridano il tuo nome di notte per le strade,
La tua toga universitaria giace a brandelli ai loro piedi
E nella fredda solitudine prima dell’alba
Senti i loro motori ruggire,
Ma quando ti affacci dalla veranda
Se ne sono andati nel vento,
Quindi, Mary, salta su
E’ una città piena di perdenti
E io mi sto tirando fuori di qui per vincere! 


Scritta da:

Bruce Springsteen

Eseguita da:

  • Bruce Springsteen – Voce, chitarra, armonica
  • Clarence Clemons – Sassofono
  • Roy Bitten – Pianoforte
  • Gary Tallent – Basso
  • Max Weinberg – Batteria
  • Roy Bitten, Mike Appel, Steve Van Zandt – Cori



Ciao a tutti!

Oggi, su richiesta di Jessica, vi parlerò di un brano del 1975: un cult che ha fatto sognare generazioni intere. Sto parlando (come avrete capito dal titolo) di Thunder Road, la prima traccia del del terzo album di Bruce Springsteen, Born to Run.

In origine la canzone si intitolava “Wings for Wheels”, e il nome della ragazza era “Chrissie”, “Christine” o “Angelina”, come sappiamo dalla versione live del 2 Febbraio 1975 al Main Point, un piccolo locale di Bryn Mawr, in Pennsylvania, o da questo outtake. Il nome originale viene anche ripreso nel testo attuale, con la frase: “to trade in these wings on some wheels”.

I personaggi principali della canzone sono il nostro frontman e una ragazza, Mary, sullo scenario di luogo difficile. Ma la storia d’amore è subordinata al suo stesso sfondo che, infatti, è il vero cuore pulsante del pezzo.
Springsteen si fa portavoce di un’America complicata, dura, dove ai sognatori non resta altro che scappare lontano per inseguire i propri desideri (mi ricorda qualcosa…). Ascoltando il brano in maniera complessiva, infatti, possiamo notare che sotto la sua apparente speranza indomabile si nasconde una base di irrequietezza e insoddisfazione.

Le primissime note di piano e armonica ci danno l’impressione di essere le ultime schegge dei pensieri malinconici di Bruce, mentre lo accompagnamo sulla sua auto in una sera d’estate; poi, l’entrata della voce. Una voce forte, alta, intensa. Quello stesso tema nostalgico si colora di nuove sfumature: sfumature di speranza. E, sempre grazie al timbro spavaldo del Boss, ci ritroviamo, come in un film, davanti alla casa di Mary. Vediamo la giovane ballare da sola sulla veranda, con il sottofondo delle sonorità languide di Roy Orbinson (autore di “Oh, Pretty Woman” https://www.youtube.com/watch?v=lnRS3A_iIYg).
Lentamente la melodia comincia a riflettere l’adrenalina di Springsteen mentre pronuncia parole schiette e malinconiche, cariche di poetica sincerità in un crescendo che culmina nella proposta di ribellarsi, di reagire, di fuggire.
Ma da cosa?
Dalle loro stesse vite.
E come?
A bordo di un’automobile, per inseguire a tutta velocità il Sogno Americano*, vero protagonista di questo e molti altri pezzi del Boss.

Scommetto che la frase “you ain’t a beauty, but hey, you’re alright” vi ha strappato un sorriso… Io la trovo molto interessante, poichè rappresenta la rottura dello stereotipo secondo cui una donna deve necessariamente essere bella per attrarre, come se l’aspetto esteriore fosse la cosa più importante in una ragazza.
Bruce se ne frega. Tutto ciò che vuole è Mary, non la sua bellezza.

[…] Hey, che altro possiamo fare adesso
Se non abbassare il finestrino
E lasciare che il vento soffi indietro i tuoi capelli
La notte sta esplodendo
Queste due corsie ci porteranno ovunque
Abbiamo un’ultima possibilità per farlo,
Per scambiare queste ali con delle ruote
Salta su!
Il paradiso ci sta aspettando lungo il percorso
Prendi la mia mano,
Stanotte corriamo per raggiungere la terra promessa […]

La canzone esplode, ci investe la voce profonda di Springsteen: con urgenza, ci ricorda che è l’ultima possibilità, che bisogna fare presto, in una perfetta corrispondenza tra parole e suono. Bellissima la già citata metafora “to trade in these wings on some wheels“, ovvero “scambiare queste ali con delle ruote”. La libertà, in questo caso, si insegue in macchina.

[…] Aspettando là fuori come un killer sotto il sole
Hey, so che è tardi, ma se corriamo possiamo farcela
Oh Thunder Road, tieniti forte, partiamo!
Thunder Road […]

La prima frase di questo estratto mi ricorda molto Riders on the Storm e The End dei Doors, per la figura dell’assassino. Bruce non si arrende: ribadisce a Mary di seguirlo in una rocambolesca corsa in macchina sulla Thunder Road, la Strada del Tuono, verso una nuova vita. E la musica riflette bene questa immagine con il suo essere estremamente dinamica.

Una chicca del brano è sicuramente la parte di “Well, I got this guitar and I learned how to make it talk”, in cui alla frase segue un breve e deciso arpeggio: il Boss vuole parlare, vuole raccontare storie anche attraverso la sua chitarra.

[…] E so che ti senti sola
Per le parole che non ho detto
Ma stanotte saremo liberi,
Tutte le promesse saranno infrante. […] 

Springsteen richiama, come nelle prime due strofe del pezzo (che non abbiamo analizzato nel dettaglio), la storia con la ragazza e riconosce di essere stato troppo assente. Le parole esprimono speranza e consapevolezza.

[…] C’erano fantasmi negli occhi
Di tutti i ragazzi che hai lasciato […]

Nell’ultima parte della canzone compaiono le figure degli ex fidanzati di Mary, che continuano a perseguitarla e per i quali lei ha messo da parte le proprie aspirazioni:

[…] Gridano il tuo nome di notte per le strade,
La tua toga universitaria giace a brandelli ai loro piedi […]

Bruce stesso li riporta alla memoria della donna, per sottolineare quanto aspra sia la sua vita, e quindi per convincerla a scappare con lui.

[…] So, Mary, climb in
It’s a town full of losers
And I’m pulling out of there to win!

Meravigliosa, l’ultima frase della canzone; è gridata, come a sottolineare la determinazione di chi non sa se ce la farà, ma ce la metterà tutta per riuscirci, è una critica rabbiosa verso una società fallimentare dalla quale Springsteen andrà via per inseguire il suo sogno e avere successo. E Mary? Non sappiamo se la ragazza lo seguirà. L’autore lascia il finale in sospeso, soltanto con l’invito a scappare con lui.

La canzone si conclude, intrisa di speranza, con un trionfante duetto di sax e piano, che si inseguono, vivaci, si rincorrono e poi tornano a fondersi, e il risultato è semplicemente commovente, carico di energia positiva.

Claudia Paesano

*Si può parlare di Sogno Americano come di un’insieme di idee nate nelle menti dei primi coloni europei approdati in America, e tramandate di generazione in generazione.
Per “Sogno Americano” si intende la speranza degli abitanti degli Stati Uniti d’America, che grazie a valori e qualità come il coraggio, la determinazione e la costanza, sia possibile raggiungere una migliore condizione di vita basata soprattutto sulla ricchezza economica.